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	<title>Commenti a: Crollo del centralismo ideologico (bmagazine &#8211; art&#8217;empori magazine giugno &#8216;09)</title>
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	<description>Un&#039;antologia artistica compilata orizzontalmente dai beneventani</description>
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		<title>Di: l'uomo della strada</title>
		<link>http://artempori.wordpress.com/2009/07/05/crollo-del-centralismo-ideologico-bmagazine-artempori-magazine-giugno-09/#comment-55</link>
		<dc:creator>l'uomo della strada</dc:creator>
		<pubDate>Thu, 16 Jul 2009 07:37:01 +0000</pubDate>
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		<description>Un’opinione
---------------
l’uomo della strada

La crisi delle ideologie non ha certo segnato la fine dell’ideologia intesa come falsa rappresentazione o ‘contraffazione’ della realtà (a volte consapevole, a volte semicosciente od inconscia), elaborata a livello individuale o sociale per mascherarne  la sua vera  (spesso contraddittoria) essenza.

L’uomo comune, privo delle antiche certezze,  se mai le ha avute,  è ora sempre più spinto verso nuovi modelli che dovrebbero avvicinarlo alla natura e a un modo di vita più autentico e genuino...

Troppo spesso, però, la strada che gli viene tracciata è ancora quella alienante dell’ ”Homo consumens”, cioè dell’individuo che può realizzare se stesso e raggiungere la felicità soltanto ‘comprando’ e consumando nuove merci e servizi o idee (ancorché definiti ‘verdi’ o ‘locali’)...

E spesso dietro la contrapposizione tra commercio “verde” o comunque  “locale” (i ‘buoni’)   e catene commerciali (i cattivi ‘a priori’) si nasconde una lotta senza quartiere tra vari gruppi di interesse siano  locali, nazionali e sovranazionali (sovente concretantisi, nell’uno come nell’altro schieramento,  in  opache organizzazioni giuridiche impersonali) impegnati a conservare od ampliare le loro quote di mercato e i profitti e  ad affermare nei confronti delle istituzioni e della pubblica opinione il ‘loro’ punto di vista che può non coincidere con l’interesse collettivo.

In questo contesto può rimanere irrimediabilmente tagliato fuori  e trascurato chi ha un potere d’acquisto del tutto marginale (e che, paradossalmente, si comporta in maniera ‘virtuosa’ – per necessità – più di altri, muovendosi a piedi per gli spostamenti o utilizzando i mezzi pubblici, comprando libri usati per la scuola dei figli, economizzando il riscaldamento  e le altre energie di casa, adottando in generale uno stile di vita parco e misurato) e non riesce a dar voce e visibilità ai suoi bisogni, perpetuandosi antiche disuguaglianze e nuove esclusioni.

La fine delle ideologie e la crisi della politica, in effetti, potrebbe solo aver moltiplicato, rafforzato e amplificato, dal livello locale a quello globale, l’influenza  di gruppi di interesse  economicamente provveduti  senza determinare una vera ridistribuzione della ricchezza e un incremento di democrazia e di opportunità, anzi producendo effetti opposti. E circa il “nuovo Rinascimento” che sarebbe alle porte, occorrerebbe riflettere sui limiti di quello storico che segnò la fine delle libertà comunali e l’avvento delle signorie, e fu di fatto ancora caratterizzato dal particolarismo e dalle faziosità culminanti in un  permanente stato di guerra tra gli stati italiani (e all’interno degli stessi)  che aprì le porte alla dominazione straniera e alla successiva decadenza della penisola.

Una vera informazione dovrebbe saper cogliere queste contraddizioni e informarne  la collettività affinché questa possa formarsi opinioni veritiere sugli interessi in gioco e prendere decisioni consapevoli  su quale sia un punto di mediazione accettabile rispetto al bene comune, ma il pericolo è che essa, anche nella nuova epoca,  si faccia portavoce unicamente delle istanze, ancorché legittime, di taluni gruppi di interesse.

C’è, altresì, il pericolo che l’identità di una collettività, anche a livello locale, sia identificata e ‘costruita’ unicamente in funzione delle aspirazioni dei ceti dominanti o di gruppi di pressione consapevoli dei propri interessi e ben determinati a difenderli, piuttosto che in relazione alla sua effettiva  ‘vocazione’, alle sue  reali aspirazioni  e potenzialità.
E poi rimane il problema di come identificare esattamente quali siano  questa vocazione genuina e questa identità, e come promuoverne lo sviluppo, se si tiene presente che la collettività, anche a livello locale,  non è quasi mai un blocco monolitico bensì un insieme composito di classi e ceti, ciascuno con propri interessi e aspirazioni non necessariamente coincidenti.

Indubbiamente la rete ha enormemente moltiplicato la possibilità di un’informazione orizzontale ed interattiva realizzabile  e accessibile da molti di più che in passato, ma rimangono irrisolti parecchi nodi quali, ad esempio, il costo di accesso ai servizi di collegamento  e di host e le abilità necessarie per fruirne che ancora tiene lontano parecchia gente da internet (proprio i più deboli).

Inoltre, in mancanza di scelte consapevolmente orientate, anche la rete rischia di perpetuare in maniera insidiosa quelle gerarchie e quei centralismi informativi che si vorrebbero caratteristica esclusiva  dell’informazione tradizionale del secolo scorso.

Ne è una riprova la struttura  di questo blog ( o diario in rete) in cui è prevista la possibilità d’intervenire (rispondere) sugli argomenti via via proposti dai curatori, realizzandosi in via di principio una discussione interattiva e paritaria...  che però è solo illusoria in quanto chi risponde esprimendo la propria opinione può farlo soltanto “a mezza voce”, “sommessamente” (cioè con un carattere tipografico davvero piccolo e molto poco ‘visibile’ e leggibile in confronto a quello dell’intervento ‘principale’ che si commenta), laddove l’altro interlocutore afferma “col megafono”, per così dire, le proprie idee.  
Tutto ciò non è molto diverso da quanto si verifica nella stampa tradizionale dove i commenti dei comuni lettori (quando sono pubblicati)  vengono relegati nelle ultime pagine, in posizione gerarchicamente sott’ordinata, poco visibile e graficamente poco accattivante. 

Imprenditori lungimiranti ed eticamente responsabili (locali e nazionali e in qualunque modo siano organizzati giuridicamente, come persone fisiche o entità impersonali o cooperative ), così come associazioni di individui e altri soggetti sociali,  possono dare preziosi contributi per comprendere  i cambiamenti in atto e cogliere le nuove opportunità purché vi sia piena consapevolezza degli interessi che si confrontano e ‘scontrano’ e possano esprimersi davvero  le aspirazioni e i bisogni anche dei soggetti deboli.

Ma l’uomo comune non deve perdere il proprio spirito critico e non può rinunciare a far sentire la sua voce se vuole evitare che siano altri a stabilire quale sia la sua identità e dove sia e come deve realizzarsi la sua propria felicità.

16-VII-2009
Massimo Simeone –Benevento.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Un’opinione<br />
&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;<br />
l’uomo della strada</p>
<p>La crisi delle ideologie non ha certo segnato la fine dell’ideologia intesa come falsa rappresentazione o ‘contraffazione’ della realtà (a volte consapevole, a volte semicosciente od inconscia), elaborata a livello individuale o sociale per mascherarne  la sua vera  (spesso contraddittoria) essenza.</p>
<p>L’uomo comune, privo delle antiche certezze,  se mai le ha avute,  è ora sempre più spinto verso nuovi modelli che dovrebbero avvicinarlo alla natura e a un modo di vita più autentico e genuino&#8230;</p>
<p>Troppo spesso, però, la strada che gli viene tracciata è ancora quella alienante dell’ ”Homo consumens”, cioè dell’individuo che può realizzare se stesso e raggiungere la felicità soltanto ‘comprando’ e consumando nuove merci e servizi o idee (ancorché definiti ‘verdi’ o ‘locali’)&#8230;</p>
<p>E spesso dietro la contrapposizione tra commercio “verde” o comunque  “locale” (i ‘buoni’)   e catene commerciali (i cattivi ‘a priori’) si nasconde una lotta senza quartiere tra vari gruppi di interesse siano  locali, nazionali e sovranazionali (sovente concretantisi, nell’uno come nell’altro schieramento,  in  opache organizzazioni giuridiche impersonali) impegnati a conservare od ampliare le loro quote di mercato e i profitti e  ad affermare nei confronti delle istituzioni e della pubblica opinione il ‘loro’ punto di vista che può non coincidere con l’interesse collettivo.</p>
<p>In questo contesto può rimanere irrimediabilmente tagliato fuori  e trascurato chi ha un potere d’acquisto del tutto marginale (e che, paradossalmente, si comporta in maniera ‘virtuosa’ – per necessità – più di altri, muovendosi a piedi per gli spostamenti o utilizzando i mezzi pubblici, comprando libri usati per la scuola dei figli, economizzando il riscaldamento  e le altre energie di casa, adottando in generale uno stile di vita parco e misurato) e non riesce a dar voce e visibilità ai suoi bisogni, perpetuandosi antiche disuguaglianze e nuove esclusioni.</p>
<p>La fine delle ideologie e la crisi della politica, in effetti, potrebbe solo aver moltiplicato, rafforzato e amplificato, dal livello locale a quello globale, l’influenza  di gruppi di interesse  economicamente provveduti  senza determinare una vera ridistribuzione della ricchezza e un incremento di democrazia e di opportunità, anzi producendo effetti opposti. E circa il “nuovo Rinascimento” che sarebbe alle porte, occorrerebbe riflettere sui limiti di quello storico che segnò la fine delle libertà comunali e l’avvento delle signorie, e fu di fatto ancora caratterizzato dal particolarismo e dalle faziosità culminanti in un  permanente stato di guerra tra gli stati italiani (e all’interno degli stessi)  che aprì le porte alla dominazione straniera e alla successiva decadenza della penisola.</p>
<p>Una vera informazione dovrebbe saper cogliere queste contraddizioni e informarne  la collettività affinché questa possa formarsi opinioni veritiere sugli interessi in gioco e prendere decisioni consapevoli  su quale sia un punto di mediazione accettabile rispetto al bene comune, ma il pericolo è che essa, anche nella nuova epoca,  si faccia portavoce unicamente delle istanze, ancorché legittime, di taluni gruppi di interesse.</p>
<p>C’è, altresì, il pericolo che l’identità di una collettività, anche a livello locale, sia identificata e ‘costruita’ unicamente in funzione delle aspirazioni dei ceti dominanti o di gruppi di pressione consapevoli dei propri interessi e ben determinati a difenderli, piuttosto che in relazione alla sua effettiva  ‘vocazione’, alle sue  reali aspirazioni  e potenzialità.<br />
E poi rimane il problema di come identificare esattamente quali siano  questa vocazione genuina e questa identità, e come promuoverne lo sviluppo, se si tiene presente che la collettività, anche a livello locale,  non è quasi mai un blocco monolitico bensì un insieme composito di classi e ceti, ciascuno con propri interessi e aspirazioni non necessariamente coincidenti.</p>
<p>Indubbiamente la rete ha enormemente moltiplicato la possibilità di un’informazione orizzontale ed interattiva realizzabile  e accessibile da molti di più che in passato, ma rimangono irrisolti parecchi nodi quali, ad esempio, il costo di accesso ai servizi di collegamento  e di host e le abilità necessarie per fruirne che ancora tiene lontano parecchia gente da internet (proprio i più deboli).</p>
<p>Inoltre, in mancanza di scelte consapevolmente orientate, anche la rete rischia di perpetuare in maniera insidiosa quelle gerarchie e quei centralismi informativi che si vorrebbero caratteristica esclusiva  dell’informazione tradizionale del secolo scorso.</p>
<p>Ne è una riprova la struttura  di questo blog ( o diario in rete) in cui è prevista la possibilità d’intervenire (rispondere) sugli argomenti via via proposti dai curatori, realizzandosi in via di principio una discussione interattiva e paritaria&#8230;  che però è solo illusoria in quanto chi risponde esprimendo la propria opinione può farlo soltanto “a mezza voce”, “sommessamente” (cioè con un carattere tipografico davvero piccolo e molto poco ‘visibile’ e leggibile in confronto a quello dell’intervento ‘principale’ che si commenta), laddove l’altro interlocutore afferma “col megafono”, per così dire, le proprie idee.<br />
Tutto ciò non è molto diverso da quanto si verifica nella stampa tradizionale dove i commenti dei comuni lettori (quando sono pubblicati)  vengono relegati nelle ultime pagine, in posizione gerarchicamente sott’ordinata, poco visibile e graficamente poco accattivante. </p>
<p>Imprenditori lungimiranti ed eticamente responsabili (locali e nazionali e in qualunque modo siano organizzati giuridicamente, come persone fisiche o entità impersonali o cooperative ), così come associazioni di individui e altri soggetti sociali,  possono dare preziosi contributi per comprendere  i cambiamenti in atto e cogliere le nuove opportunità purché vi sia piena consapevolezza degli interessi che si confrontano e ‘scontrano’ e possano esprimersi davvero  le aspirazioni e i bisogni anche dei soggetti deboli.</p>
<p>Ma l’uomo comune non deve perdere il proprio spirito critico e non può rinunciare a far sentire la sua voce se vuole evitare che siano altri a stabilire quale sia la sua identità e dove sia e come deve realizzarsi la sua propria felicità.</p>
<p>16-VII-2009<br />
Massimo Simeone –Benevento.</p>
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		<title>Di: perplesso</title>
		<link>http://artempori.wordpress.com/2009/07/05/crollo-del-centralismo-ideologico-bmagazine-artempori-magazine-giugno-09/#comment-51</link>
		<dc:creator>perplesso</dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 Jul 2009 09:36:03 +0000</pubDate>
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		<description>per curiosità: quando affermate, con la corriva apoditticità che illumina tutto l&#039;articolo, che &quot;i piccoli centri urbani sono nuovi luoghi di fermento culturale&quot; etc., mica vi riferite a banavento, vero?</description>
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