Cortometraggio

Lungotevere dei Mellini. La città è Roma. Luminosa, inconfondibile.
Lei è alta, ha circa quarant’anni. Cammina con andatura decisa. Indossa un tailleur semplice, stringe il manico di una ventiquattrore nella mano destra. Sembra concentrata sui propri passi, mentre avanza. Nonostante il tailleur, il suo modo di camminare tradisce una natura irrequieta.
Una voce fuori campo – la sua – mormora a voce bassa: “Che strano, ora sono davvero sola”.
Porta una fede all’anulare. Mentre cammina squilla il cellulare, lei si ferma, cerca nella borsa, poi risponde, ma è troppo tardi, il telefono ha smesso di squillare.
“Mario”, mormora tra sé, “chissà se sta davvero cercando l’appartamento”. Reclina la testa all’indietro, ride.
“Madrid, Madrid”, mormora.

Mentre cammina si aprono portoni eleganti su giardini interni, stucchi, cortili. Lei osserva ogni cosa con un atteggiamento stanco. E’ come se ciò che vede le ricordasse qualcosa, a cui resiste. Ogni tanto si sente un rombo, come di un tuono in lontananza. Lei guarda il cielo.

Cambio di scena.

Il traffico di Madrid, le fontane, i clacson, il sole che offusca il cielo, come se fosse malato. Ancora la donna, che bussa ad una porta già aperta. Qualcuno la invita ad entrare. Viene condotta verso una stanza in fondo ad un corridoio.
Un uomo le viene incontro. E’ alto, ha uno sguardo serio. Dice: “Non le farò perdere tempo. Il nostro sarà solo un breve colloquio di presentazione. Come ben sa”, prosegue sorridendo, “l’azienda ha già scelto”. La fa accomodare, poi le si siede accanto. Iniziano a parlare fitto.
“Volevo sapere…ecco, una semplice curiosità. Perchè ha abbandonato la carriera universitaria?”. Lei sorride.
“Posso fumare?”, chiede. L’uomo annuisce, le porge un posacenere. Si sente una musica in sottofondo, che avanza. E’ Chopin, “Opera 14 in mi minore”.
“Bene”, dice la donna respirando profondamente. “Immaginavo di non dover combattere per mantenere la cattedra. Ma poi è arrivata la moglie di un pezzo grosso”, ride. “E così il mio corso è diventato complementare. Non l’ho sopportato”. “Ah”, annuisce lui.
“Nessun dramma, per carità. E’ stato semplice. Chiudere la porta, voglio dire. Oppure, se l’immagine la affascina, possiamo dire che quella porta io l’ho aperta per uscire fuori da un mondo che non accettavo piu’”. “Ah”, fa lui.
“In quanto a lei, l’altra, la professoressa o la moglie, come vuole…non è nemmeno una brutta persona. E’ stata carina, con me. O forse faceva parte della recita. L’unica cosa che conta, nella vita, è questo. Recitare, no?”. Lui la guarda interrogativo.
“Dissimulare, meglio. Bisogna imparare a dissimulare. Dovrebbero insegnarlo a scuola come prima materia”. Chopin in sottofondo. Lei aspira larghe boccate dalla sigaretta.
“Mi sono consolata, sa? Ascolto musica classica, leggo molto. Mi sono data da fare. Bisogna essere tosti. Può metterlo nella mia scheda”. Ride. “Era un colloquio di approfondimento, mi ha detto”.
“Ho visto, ho visto. Lei sta sbirciando sui fogli che ho davanti. Non è facile decifrare la scrittura capovolta”.
“Oh, no. Se lì c’è scritto qualcosa di me, come pensa che possa interessarmi sul serio? Niente che mi riguardi mi interessa. Soprattutto se si tratta del passato. Scommetterei solo sul futuro. La vita è domani”. “Ah”, mormora lui, ed abbassa il capo.
Lei tira un’ultima boccata dalla sigaretta, si siede in modo piu’ ordinato. Continua a parlare. Le immagini si spostano fuori dalla finestra. Il traffico ancora piu’ congestionato di Roma, e poi il fiume, irruento, mobile, grigio come il cielo. La musica di Chopin copre le voci dei due.

In strada una donna scappa, come fosse inseguita da qualcuno. Ha un abito nero, s’infila in un portone, dopo essersi guardata intorno. La musica s’interrompe di colpo.

“Ho avuto studenti di tutti i generi. E’ stata un’esperienza molto formativa. E deludente, certo, perché ci ho creduto troppo”.
“Non ha figli”.
“No”.
“E suo marito?”.
“Non sarà di ostacolo al mio trasferimento a Madrid”.
“Bene”.
“Lui è già lì. Mi ha detto che la città è bella, nuova come il futuro”. Sorride. “Dice che la guerra civile l’ha svecchiata e che ora brilla, con le sue piazze e le sue fontane”.
“Buon segno, per chi crede solo nel domani, no?”. Ora la guarda. Socchiude gli occhi. Le si avvicina lentamente.
“Una guerra, talvolta”, dice a voce bassa, proteso verso di lei, “una guerra può far nuove tutte le cose. Le pare? Una bella rivoluzione ogni tanto”. Lei ricambia lo sguardo.
“Certo. Ma poi si torna a dissimulare. Non ci si affida mai al cuore. Glielo dico per esperienza. Ce li ho davanti agli occhi quegli studenti, convinti tutti di avere davanti a sé un futuro speciale e poi offesi un attimo dopo”. Si morde le labbra. “Le rivoluzioni ti lasciano solo. Invece i nostri cervelli sono abituati alla menzogna. Miliardi e miliardi di neuroni allenati a fare questo, perché gli esseri umani possano farsi compagnia”. Ancora Chopin, sale lentamente.
“Certo dalla sua scheda tutto questo non viene fuori”, ride lui.
“Tutto questo cosa?”, chiede lei, perplessa.
“Dolore. Sì, potrei dire così. Disillusione”.
“Ah”, mormora lei. Lui la guarda insistentemente. E’ affascinato da quella donna né giovane né troppo vecchia, né finta né vera, né presente né troppo lontana.
“Il tempo non promette nulla di buono…permette che la riaccompagni a casa? E’ venuta senza ombrello e per giunta a piedi”.
“Mi ha spiata? E’ così?”. Ride. “Mi ha vista arrivare ed io non me ne sono accorta”.
“Già”.
“Ah”, lei mormora. Poi si fa coraggio: “Troppo poco amore, dovrebbe mettere nella sua scheda. Una nota a margine che non mi aiuterà a far aumentare la considerazione che l’azienda ha di me… Ma qui lei non rappresenta l’azienda, me ne sono accorta subito. E’ qualcosa di più”.
“Lei è intelligente”. Sorride.
“Ho capito che le cose bisogna amarle. Conosce l’Opera 14 in mi minore di Chopin? La melodia che cresce lentamente, senza invadere, e poi esplode”. Si alza, si dirige verso la finestra.
“Sta per scatenarsi un acquazzone. E’ salito piano, tra un tuono e un tremare di vetri. Esploderà, sì…”. Si volta verso l’uomo, che l’osserva incuriosito.
“Dura poco, questa roba. Ed è così anche per le passioni. Credo che Chopin volesse dirci questo. Farci sentire questo. Ma lo capiamo sempre quando è troppo tardi”.
“Tardi? Perché?”
Ora lei s’avvicina alla scrivania, prende la sua borsa, s’aggiusta il collo della giacca. “Devo andare. Spero di non averla delusa”.
“No, no, tutt’altro”. Anche lui si alza, precipitosamente, la segue verso la porta.
“So cosa pensa”, dice lei ad un tratto, voltandosi. “Che è una sconfitta essere diventati… come dire, così grigi… Non era a questo che aspiravo, mi creda”. Si guarda intorno, ha un’aria triste. Poi riprende: “Quando ero giovane volevo amare. Mi innamoravo di tutto. Ma ho fatto una gran confusione. Lo metta nella scheda, ne faccia l’uso che vuole”.
“Lei mi sconcerta”.
“E perché?”. Sorride. “I suoi occhi mi hanno ispirato. Ci sono persone con cui dissimulare non serve. Mi chiami”, aggiunge con un sorriso a mezza bocca, “Quando avrà smesso di piovere”.
In strada è come se sentisse lo sguardo di lui seguirla. Cammina spedita sotto l’acqua che cade fitta, respira affannosamente. Opera 14 in mi minore. La musica sale, lei s’infila in un portone per sfuggire alla pioggia.
Presto, molto presto sarà a casa. Lì una centralinista molto cortese la metterà in contatto con la Spagna, e così la sua voce grigia, assente, si confonderà con tutte le altre. Ora è possibile sentirle, tutte quelle voci.

Le immagini vanno in dissolvenza.

Sono le voci, le voci solamente, ora, ad invadere ogni cosa. Prima imponenti, poi piu’ dolci, come una musica che sale per cominciare a finire, per trasalire, e cadere.

Tullia Bartolini

Una risposta a “Cortometraggio

  1. E’un mio piccolo contributo ad un blog che spero prenda forma e valore grazie ai liberi contributi di tutti.

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