I dieci libri di Franco Bove (bmagazine maggio ’09)

I DIECI ROMANZI DEL NOVECENTO DI FRANCO BOVE

Le letture di un architetto che passa la maggior parte delle sere nel suo studio in compagnia di una gatta cieca che tenta inutilmente di insegnargli ad affrontare la vita con distacco.

Dieci romanzi da scegliere sono, in verità, troppo pochi per un secolo che ne ha prodotti anche troppi. Scrivere opere di letteratura dovrebbe essere alla portata di pochi, perché è quasi come edificare un castello di carte. Se si commette un solo errore, tutta la costruzione crolla miseramente e, dunque, se si supera il misterioso limite quantitativo delle parole impiegate nella descrizione dell’oggetto della narrazione, l’immagine, che è stata faticosamente elaborata, si disintegra.

Si poterebbe sostenere che la verità di un romanzo è una questione di equilibrio, tra il desiderio dell’autore di portare allo scoperto il nucleo emozionale dell’opera e le strategie comunicative che gli suggeriscono di non abbandonare mai del tutto la penombra. Solo l’originalità e la qualità della forma espressiva esaltano il contenuto di un romanzo ed è per questo che amo particolarmente Carlo Emilio Gadda. Mescolando linguaggio colto con lacerti dialettali, nel suo “Quer pasticciaccio brutto de via Merulana”, ha riprodotto un microcosmo sociale di sorprendente verosimiglianza al di là di ogni inquadramento ideologico e moralistico.

Marcel Proust, a sua volta, grazie all’eccezionale ricchezza e proprietà lessicale, ha fatto emergere con la precisione di un chimico, la complessa gamma delle dinamiche psicologiche e dei modelli comportamentali fornendo, soprattutto ne “I Guermantes”, un affresco perfetto del mondo parigino di inizio secolo in cui domina l’indimenticabile figura femminile di Oriane. Al contrario, Franz Kafka ha utilizzato il linguaggio in modo straniante per dimostrarne l’intrinseca incapacità di penetrare l’enigma della realtà come risulta evidente nell’affascinante per quanto incompiuto “Il Castello”. Giocando su una narrazione intrisa di dialoghi frammentari e caratterizzata da un estremo realismo, Louis-Ferdinand Céline nel “Viaggio al termine della notte” ha delineato uno dei più cupi e anticonformisti quadri dell’umanità contemporanea. Una capacità altrettanto efficace di rappresentare in modo ampio, ricco e complesso la realtà, ma filtrata da una ben diversa vena poetica ha rivelato il cubano José Lezama Lima in “Paradiso”. Un tema altrettanto universale, ma trattato con astrazioni dagli effetti metafisici, ha sviluppato Jorge Louis Borges ne “l’Aleph”. Appartiene, invece, ad un genere di narrativa a metà tra il dato storico e la sfera fantastica “Il Maestro e Margherita” di Michail Bulgakov, che, con eccezionale inventiva ed elegante vena satirica, ha scoperto l’irrompere dell’irrazionalità nelle vicende politiche contemporanee. Thomas Bernhard, ne “Il Soccombente”, si è calato del tutto in queste problematiche del fallimento esistenziale, che accomunano inevitabilmente i destini umani. Con mano da chirurgo e con una prosa molto simile al flusso di pensiero ha scavato nel groviglio delle sterili passioni che, a suo avviso, determinano tutte le azioni. Anche l’oggettività della rappresentazione della realtà è stata messa in crisi nelle virtuosistiche e inusuali sequenze di immagini proposte dai racconti di Don DeLillo in “Underworld”.  Ma il libro che più consiglierei ai giovani è “La Linea d’ombra” di Joseph Conrad, magari insieme al suo racconto lungo “Tifone”, dove la consistenza umana viene messa alla prova in condizioni estreme di rischio e ne scaturisce un’alta, essenziale lezione di etica.

Carlo Emilio Gadda
Quer Pasticciaccio brutto de via Merulana
Garzanti (1973)

Marcel Proust
I Guermantes, in la Ricerca del tempo perduto
Mondatori (1964)

Franza Kafka
Il castello
Mondatori (1970) 

Louis Ferdinand Celine
Viaggio al termine della notte
Corbaccio (1962) 

José Lezama Lima
Paradiso
Il Saggiatore (1971)

Michail Bulgakov
Il maestro e Margherita
Einaudi (1967)

Thomas Bernard
Il soccombente
Adelphi (1987)

Don DeLillo
Underworld
Einaudi (1997)

Jorge Louis Borges
L’Aleph
Feltrinelli (1975)

Joseph Conrad
La linea d’ombra e Tifone
Garzanti (1974)

Francesco Bove è nato a Benevento, porta con ereditaria guasconeria gli anni e le rughe della nostra Repubblica e svolge la professione di architetto. Ha una particolare predilezione per le vecchie architetture che restaura tentando di carpirne i segreti e che tratta con la delicatezza di un artigiano d’antan. Di tanto in tanto scrive qualche saggio di storia approfittando dei generosi contributi dei suoi amici della rivista Studi Beneventani. Passa la maggior parte delle sere nel suo studio in compagnia di una gatta cieca che tenta inutilmente di insegnargli ad affrontare la vita con distacco.

(pubblicato su Bmagazine di maggio 2009)

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