Chiara Zamboni su “Al mercato della felicità” di Luisa Muraro – Edizioni Mondadori

Vi giro un articolo della filosofa Chiara Zamboni, apparso su “Il Manifesto” il 6 giugno 2009: a chi è interessato alla lettura dell’ultimo libro di Luisa Muraro (“Al mercato della felicità”) penso possa offrire una guida preziosa…
Rita Bagnoli

TESTIMONIANZE SULLA LIBERTÀ OLTRE IL PRESENTE
di Chiara Zamboni

DESIDERARE L’IMPOSSIBILE
Il legame fra le parole e le cose, il possibile e l’inaudito. Esercizi esistenziali di pratica politica per sottrarsi alla rapacità del potere. Desiderio, esperienza e realtà nell’ultimo libro di Luisa Muraro
Luisa Muraro ha scritto un libro che lega la passione per la politica con l’amore per la lingua dell’esperienza e con l’orientamento all’impossibile, a Dio, all’assoluto attraverso la via del desiderio. È uno scandalo, in un momento in cui il quadro politico è così deteriorato, l’esperienza sembra sempre più fantasmatica, evanescente, la parola Dio è rinchiusa nei recinti arroccati delle appartenenze religiose e il termine desiderio è la linea sottile di confine tra i desideri di oggetti consumabili e il desiderio di infinito.
Parlo di “Al mercato della felicità”. La forza irrinunciabile del desiderio (Mondadori, pp. 170, euro 17,50). Lo si può leggere seguendo un doppio movimento. Il più evidente è quello di una scrittura ricca di narrazioni, frammenti poetici, tagli teorici, riflessioni filosofiche, immagini e aneddoti biografici, che tiene assieme, con precisa intenzione, la concretezza dell’esperienza e l’illuminazione del pensiero. L’altro movimento, più interno, è quello che ci inizia – noi che leggiamo – alla politica del simbolico, cioè al libero andirivieni tra parole e cose, che Muraro ci indica come la possibilità, la leva per vivere in modo sensato e libero in presenza del potere, aprendo vie che aumentino il senso d’essere. Possiamo accedere a questa iniziazione, se ci impegniamo a riguadagnare sempre di nuovo quell’andirivieni tra le parole e le cose che nell’infanzia, con la lingua materna, risultava così semplice e facile e che ora richiede amore, lavoro, attenzione.

SUPERARE IL RECINTO DEI FATTI
La mia impressione è che con questo libro Luisa Muraro voglia attrezzarci a un percorso che è sì politico, ma coinvolge tutta la nostra vita, fornendoci gli strumenti che lei ritiene necessari e che ha imparato per sensata esperienza e nel suo lungo viaggio con il femminismo. Tra i più importanti: la fiducia nelle parole, nel tesoro che esse possiedono, che se pure in parte viene sfruttato dal potere, rimane a disposizione della nostra inventiva; la meditazione su quelle verità che non hanno un contenuto argomentabile, ma richiedono attenzione per essere capite; la fedeltà al desiderio orientato all’impossibile, quando illumina la nostra esistenza e ci porta ad inventare nuove strade concrete, senza farsi misurare subito dal calcolo dei risultati.
Muraro tiene conto delle teorie politiche che parlano di un potere onnipervasivo e di resistenza al potere, come anche delle teorie neocontrattualiste, ma quel che qui presenta non è un’altra teoria politica da affiancare a queste. Si tratta piuttosto di seguirla in un vero e proprio «ribaltone», cioè nel dislocamento esistenziale a cui ci invita. Ci offre come modello la vita delle donne, di cui parla Margherita Porete in Lo specchio delle anime semplici, testo centrale della mistica medievale. Sono donne che hanno oltrepassato il recinto dei fatti misurabili e si sono aperte per amore all’infinita disponibilità dell’essere. Eppure la loro è una vita ordinaria, molto simile a quella di ognuno di noi, fatta di un vissuto che si nutre di esperienze e di pratiche, senza mai aderire ideologicamente ad un credo religioso. La loro qualità è stata di farsi guidare da un desiderio di infinito a cui hanno dato voce con uno stile di vita tessuto di pratiche, discorsi, gesti, così da diventare usanza, abito sociale.
Naturalmente Muraro sa bene che noi viviamo in un secolo frammentato, nel quale non c’è una fede condivisa, profondamente diverso dunque dal tempo in cui hanno vissuto queste donne. Eppure è proprio questa la scommessa che ci propone di raccogliere: non una teoria politica, ma, come queste donne, la fedeltà all’esperienza, il trovare le parole adeguate e precise che la accompagnino e la possibilità che tutto questo divenga vita quotidiana, abito, stile, modo di vivere concreto. Con la fiducia che questo sia possibile oggi nel contesto completamente diverso in cui ci troviamo a vivere, e che ciò ci sottragga alla rapacità del potere e alla vita povera di chi gli è soltanto e troppo semplicemente contro.
Nel suo libro Luisa Muraro apre dei conflitti. E per aiutarsi nella sua battaglia, a sorpresa convoca al suo fianco come alleato Paolo di Tarso. Un alleato insolito, ma un amico necessario per mostrare come da persecutore dei seguaci di Gesù si possa diventare, per un evento modificante, apostolo tra gli apostoli. La parola di Gesù, da impensato che rompe i codici dati, diventa allora per Paolo un mistero, qualcosa di indicibile, che lo guida negli atti di una esistenza orientata da un impossibile, da qualcosa che egli ama e desidera, senza sapere bene cosa sia e senza pensare di farne una religione. Paolo è per Muraro un alleato perché le permette di mostrare che è la fiducia in questo mistero che lo rende libero nei confronti della legge, di cui lui, ebreo, sapeva bene l’importanza. Così come lo rende indipendente dal potere, da cui non cerca credito. La strada che egli segue per migliorare la convivenza è quella di un arricchimento della vita interiore: le vie della trasformazione storica passano attraverso il vissuto più intimo e viscerale.
Tutta la vita ne viene trasformata. L’amore per il mistero di un impossibile che fa da bussola ha come effetto quello di rendere superflua – usando parole contemporanee – la divisione tra etica e conoscenza, tra teoria e prassi, perché l’esistenza stessa nel suo complesso ne risulta orientata. È chiaro che per una pensatrice come Luisa Muraro, che viene da un percorso femminista, il primo evento che da impensato diventa qualcosa da interrogare continuamente è stato ed è l’aver accolto l’essere donna, come eccedente la parola stessa «donna». Un evento che ha messo in moto un’esistenza, una ricerca di mediazioni, nel riconoscimento che c’è sempre qualcosa che va oltre qualsiasi nome si possa adoperare per dire quella singolarità che ognuna di noi incarna.

IL FRUTTUOSO IMPREVISTO
L’altro conflitto che il libro apre è sul senso della realtà. Muraro combatte contro chi considera la realtà oggettività, oggettivazione, fatto, e la vede piuttosto nel continuo rilancio della soggettività e nella contrattazione tra esperienza e capacità di dire. E in tale continuo va e vieni tra le parole e le cose occorre dare credito anche a ciò che affiora dall’inconscio, che non ha segno di realtà come un fatto, ma si colloca tra realtà e sogno, senza che si possa fare una distinzione netta tra verità e finzione. È in questo contesto che diventa essenziale il tema del desiderio per capire il senso politico del discorso di Muraro. È il nostro desiderio infatti a nutrire la realtà e a farla essere.
Sappiamo quanto il femminismo abbia battuto con insistenza sul fatto che il desiderio è leva di trasformazione politica. A questa affermazione Muraro offre uno spessore ontologico. In sintonia con il pensiero di Simone Weil, afferma che la realtà comprende, oltre che il possibile, anche l’impossibile, l’inaudito, il non mai udito né pensato nei codici fino qui adoperati. Tutto questo è il reale. E non si tratta di una mossa solo intellettuale: desiderare l’impossibile, l’assoluto, ciò che non ha misure già date e già codificate nei linguaggi dominanti, comporta la modificazione di sé in una direzione di cui non conosciamo l’esito. È tutta la nostra esistenza che cambia e si orienta. Muraro cita a un certo punto Manuela Fraire: «La cosa importante non è il desiderio di qualcosa, ma il rapporto e la trasformazione di sé che si opera per via del desiderio». A questo proposito Muraro ricorda una bella immagine della mistica persiana: quella di una vecchia che offre tutto ciò che ha di più prezioso, i gomitoli di lana colorata, per ciò che desidera di più e che non potrà mai comperare solo con i suoi gomitoli. Ma la mistica insegna che impegnare per amore il poco che si ha, permette di moltiplicare il poco in molto non sul piano immediato dell’oggetto da possedere, ma sul piano di tutta una vita che si apre in mille invenzioni, scoperte, parole, imprevisti fruttuosi.

LE PAROLE DEL VISSUTO
Le pagine più dense di questo libro sono a mio avviso quelle dedicate all’esperienza. Sappiamo quanto il senso da dare all’esperienza sia stato e sia un nodo cruciale, una vera e propria croce sia della filosofia classica sia del femminismo, che su questo punto misurano la massima distanza tra loro. Per Muraro non si tratta di spiegare la realtà con teorie generali né di trovarne i fattori causali: piuttosto di avere molta cura nel prestare attenzione alle cose, a quel che capita, ai sentimenti che si provano e a trovare le parole giuste per accompagnare quel che si è vissuto.
E dunque non si tratta soltanto di contrastare il sapere specialistico, ma anche quel sapere critico che si limita a decostruire modelli di pensiero, e quel pensiero postmoderno che scioglie l’esperienza in puro immaginario. Per una politica del simbolico il nodo cruciale è saper dare voce all’esperienza, trovare le parole accurate, precise, poetiche, che ne sappiano moltiplicare il valore. Allora essa si potenzia e noi con essa; allora godiamo dell’essere come dono. Senza la preoccupazione di durare nel tempo.
Leggendo questo libro, ogni pagina sembra dischiudere una visione e così passo dopo passo si comprende che non c’è conclusione. Ed è questo che attira l’attenzione sullo sprofondare nell’interiorità da parte di chi scrive. Muraro non argomenta in modo lineare, c’è piuttosto un inabissamento in sé che la apre ad altro da sé, con grande attenzione e amore per le parole poetiche, che fluidificano il testo e sciolgono il pensiero.

Chiara Zamboni (il Manifesto – 6 giugno 2009)

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