Buonismo e realismo (di Carmela Longo)

di Carmela Longo

Più che di buonismo parlerei di realismo, con un pizzico di utopia che è il motore del mondo.
La situazione attuale del nostro paese ci dice che le divisioni sono tante, i rancori e i risentimenti accumulatisi negli anni, le incomprensioni, i fraintendimenti, talvolta le chiare volontà di arrecare danno o discredito a qualcuno, sono sotto gli occhi di tutti.
E’ d’altro canto storia dell’umanità, dividere è più facile che unire, rimanere nella propria rabbia è più facile che sforzarsi a trovare un terreno di condivisione comune.
Allora la sfida non è sul terreno del “buonismo”.
Il buonismo ideologico, secondo me, porta a voler subito bypassare il conflitto.
Il buonista tout court non si può permettere di ospitare in sé la rabbia del sentirsi incompreso, attaccato, umiliato o quant’altro.
Al buonista la rabbia sua spaventa più della rabbia dell’altro.
Anzi, la rabbia dell’altro è ben accetta, quasi accolta come dato a favore della superiorità (mai ammessa) del buonista sull’altro, che si è lasciato andare a bassi istinti.
Il buonista non crede mai effettivamente nella possibilità di un mondo diverso, a lui basta attestare la sua superiorità.
Paradossalmente, non ospitando in sé la rabbia e la voglia di vendetta che spesso accompagnano chi si sente ferito nella propria autostima, ha bisogno di un mondo dispari, altrimenti non potrebbe più esistere.
No. Il buonista non serve a questa società.
Ci servono uomini e donne interi.
Che sanno cos’è la rabbia.
Che l’accettano anzi l’accolgano come dato vitale, come emozione adattiva, come sentire che ci dà lo spessore della nostra appartenenza a un mondo istintuale che non possiamo e non dobbiamo rinnegare.
Che la sanno riconoscere, e sanno dire: sto incazzato perché mi sento schernito, oppure perché mi sento incompreso, oppure perché mi sento allontanato, ecc.
Andando in fondo vedremo che il succo di tutto è spesso: sto incazzato perché non mi sento amato, perché non mi sento accettato, perché mi sento rifiutato.
Dicevo uomini e donne interi.
Che sanno farsi attraversare anche dalla rabbia, e che vigilano e si impegnano perché non diventi rancore. Il rancore si che è distruttivo, è una reiterazione che consuma dal di dentro chi lo cova, e non permette l’aprirsi di uno spazio altro, in cui nella relazione è possibile recuperare impulsi di umanità.
Uomini e donne interi, che sanno che in alcune situazioni, dove è doveroso impegnarsi in un progetto ambizioso, qual è il nostro
(una comunità che diventi sempre più competente delle proprie risorse, delle proprie responsabilità, dei propri bisogni e dei propri limiti), non si può abbandonare il campo e dire “tanto fanno tutti schifo”, oppure “non faccio più niente perché non mi voglio far strumentalizzare”. Questa è l’anteprima dell’ignavia.
Quindi, dicevo, realismo e utopia. Questo ci serve.
Sono inconciliabili? Assolutamente no. Sono complementari.
Il realismo ci deve servire per considerare la natura dell’essere umano. Dall’essere umano può uscire tutto il bene e tutto il male. E’ sempre stato così. E allora? La nostra scelta è: quale contributo pensiamo di dare in un senso o in un altro? E può non esserci assolutamente altruismo in questo. Io cerco di seguire il bene, per esempio, perché fa stare bene a me, alla mia autostima, perché mi piace vedermi come una persona che si impegna per il bene. Ma tante volte, per seguire il mio impegno nel bene, semino male. Le mie figlie mi dicono che sono troppo impegnata, che sto poco con loro. Bene e male alla fin fine sembrano più i poli di una calamita, si ricostituiscono sempre. Pensate che ad es. il figlio di Gandhi era un fannullone perdigiorno e sembra abbia avuto anche un ruolo nell’assassinio del padre.
E allora? Che vita possiamo vivere? E qui ci viene incontro l’utopia. Ci dà la spinta.
Trovare nella comunità i fattori comuni, ciò che interessa a tutti, i mezzi condivisibili dal maggior numero di persone, diffondere nella comunità i valori della cooperazione e del dono (communis evoca l’esperienza del munus, del dono), accettando anche i momenti di conflitto e di divergenza, come possibilità di accrescere le risposte ai problemi.

ACCETTARE LA DIMENSIONE COMUNE COME LUOGO DOVE SI PUO’ REALIZZARE UN’INTESA SEMPRE POSSIBILE E MAI SCONTATA.

Costruire la capacità di HOLDING (letter.”tenere in braccio”).
E’ un termine che in psicologia indica la capacità della mamma di “tenere” il suo bambino tra le braccia, ma non solo e non tanto letteralmente, quanto nella capacità di mantenere la situazione in mano, dare un contenitore solido, quando il bambino è disperato, o è arrabbiatissimo, o urla, o piange. Tenerlo tra le braccia, non lasciarlo cadere, avendo fiducia che quel momento passerà.
Ci vuole forza enorme nel fare ciò, anche perché è chiaro che la mamma potrebbe a sua volta essere arrabbiata, disperata, sconnessa. Ma lei è la mamma, e da lei ci si aspetta maggiore tenuta. E’ lei che deve nutrire.
Noi non siamo la mamma di questa comunità, ma siamo però persone che non si arrendono a dire semplicemente che fa tutto schifo, perché questo sarebbe di uno sconforto spaventoso, e non sarebbe neanche veritiero. Certo, c’è da lavorare tanto. Ma noi ci siamo.

 

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4 risposte a “Buonismo e realismo (di Carmela Longo)

  1. Il buonismo non esiste. Esistono il buono, il cattivo e il filantropo. Buonista è un termine inventato dalla politica di centro destra per attaccare l’atteggiamento filantropico tipico di certi settori della sinistra che portava ad una politica di maggiore impegno dello stato nel sociale. Politica che è in contrasto con l’atteggiamento liberista di certa destra moderna
    Anche alcune parole, come campo usate in questo articolo sembrano tradire una precisa collocazione politica di chi lo scrive.

  2. Questo articolo mi e’ piaciuto molto. E’ la fotografia perfetta di questo periodo storico che stiamo vivendo. grazie mariangela

  3. Gli psicologi sono un’invenzione dannosa e inutile di quest’epoca. E’ dall’invenzione della psicanalisi che l’uomo è diventato sempre più incapace di affrontare da solo problemi e difficoltà della vita. Come mai la depressione è sempre più diffusa?
    In realtà molti danni della nostra società sono frutto di un individualismo esasperato, di una forte competizione (io sono più bravo, più colto, più sano, più ricco, etc.), e della conseguente solitudine.
    Ho avuto una forte depressione e ne sono uscita da sola grazie alla mia forza di volontà. Ora sono più forte (oserei dire quasi invincibile).
    Vi siete mai chiesti perchè le generazioni passate riuscivano a sopportare fame, morte dei figli, malattie, lavoro fisico estenuante, etc. senza sviluppare la depressione?
    Siamo poco allenati al dolore e contemporaneamente abbiamo poco supporto sociale. Gli unici che puoi scocciare con i tuoi problemi sono i famigerati psicologi, semidei psicologicamente perfetti, che in cambio di denaro ti ascoltano. Se devo dire la verità una delle persone più squilibrate che ho conosciuto era una psicologa.
    Un consiglio che vi posso dare è questo. Quando nasce la depressione (io parlo della mia esperienza personale: depressione endogena da forte trauma) scatta qualcosa dentro, si ha un rifiuto della vita a quelle condizioni. La migliore cura è il tempo. Dovete aspettare di elaborare l’evento traumatico fino al giorno in cui vi direte che la vita va avanti lo stesso ANCHE SE VI E’ SUCCESSA QUELLA COSA LI. Subito sebra impossibile, ma come vi ripeto, dovete aspettare del tempo. La stessa cosa che è scattata in negativo scatterà nuovamente in positivo. Allora provate a fare questo esercizio. Provate a dirvi che la vita per voi non ha più valore, che non vi interessa più niente di qualunque cosa succeda. Non in senso depressivo, ma mettendoci un pochino di fatalismo. Questo era secondo me l’ingrediente delle forti generazioni del passato.
    Loro mettevano in conto che potessero morirgli dei figli (mettevano i vestitini da morto già nel corredino). Mettevano in conto di poter perdere il lavoro. Quindi mettete in conto che nella vita possano succedervi le cose peggiori e che nonostante tutto voi sarete più forti.
    Oltre a un po’ di fatalismo ci vuole il supporto degli altri.
    Migliorate le vostre relazioni cercando quelle gratificanti.
    Ricordate che la solitudine è la peggiore calamità della nostra epoca. Se comincerete a confidare (non in maniera lamentosa, ma complice) i vostri piccoli e grandi problemi agli amici vi farete reciprocamente coraggio. Evitate le relazioni in cui gli altri si pongono in maniera competitiva, non fanno bene. Evitate chi vi giudica e scegliete persone umane.
    Spero di essere stata d’aiuto a chi ha avuto questo problema.
    Lo psicologo può aiutare a trovare l’evento che vi ha fatto venire la depressione, ma non ad uscirne. Questo dipende solo da voi e dal tempo. Si tratta di un processo interiore che potrete fare più facilmente se seguirete i consigli che vi ho dato.
    Non è vero che la depressione non dipende da noi. Lo scompenso chimico avviene, è vero.
    Ma secondo me è il fattore psicologico che causa lo scompenso chimico e non viceversa. Quindi i farmaci servono relativamente. Ci vuole molta forza di volontà (lo so subito può sembrare impossibile; pensate che io non riuscivo neanche a camminare).
    Ricordate i due elementi che vi possono aiutare sono: il fatalismo e l’evitamento della solitudine.

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