La responsabilità sociale dell’autore: Erri De Luca

IL CALZOLAIO di Erri De Luca

Un calzolaio è tenuto a fare bene le scarpe, questo è il suo compito istituzionale. Se poi vuole darsi un supplemento di responsabilità civile, allora deve stargli a cuore la buona causa di dare libertà di scarpa e di cammino a tutti, di più a chi ne è privo. Lo stesso uno scrittore: è tenuto a scrivere bene le sue storie e se ha fatto questo in buona coscienza, ha meritato il rango e lo stipendio. Ma se ci tiene a darsi un impegno in più, allora gli spetta di promuovere la libertà di parola per chiunque, compresi i suoi avversari. Libertà di parola detta, scritta, letta, cantata: per tutti non solo per qualche collega ristretto da un regime. In anni passati ho letto di qualche scrittore nostrano che esigeva il silenzio, l’ammutolimento civile per qualcuno a lui sgradito. Questo è rinnegamento puro dell’unico impegno e impiego utile di uno scrittore: garante del diritto di espressione di chiunque.

Al di fuori di questo ambito a me è capitato nella vita di servire qualche buona causa. Ho fatto parte dell’ultima generazione rivoluzionaria di Europa, ho fatto l’autista di convogli di aiuti nella guerra di Bosnia, sono stato a Belgrado nella primavera del ’99 a stare dalla parte del bersaglio degli attacchi aerei della Nato. Queste e altre simili sono state mie mosse di cittadinanza. La scrittura non c’entra e se c’entra, segue come in una cordata su un ghiacciaio. A battere pista davanti ci pensa la vita. Diffido di scrittori in politica. La lusinga di una tribuna ha rimbambito e deluso più di uno. Uno per tutti, perché lo preferivo, Leonardo Sciascia, finito a occupare da pedone un  banco parlamentare. Se quello è impegno di scrittore, meglio niente. Infatti smise in fretta.

Perciò non vi so dire, donne e uomini affacciati sopra questo schermetto illuminato, in che consiste l’impegno civile di uno scrittore, uno che ha un piccolo diritto di ascolto. Un amico, poeta in Sarajevo negli anni 90 smaltì in città l’assedio, il più lungo del 1900. Rifiutò inviti all’estero presso illustri colleghi, istituzioni. Izet Sarajlic (nato nel 1930, morto nel 2002): coi suoi versi di amore tre generazioni bosniache avevano celebrato fidanzamenti e nozze. Chi è responsabile della festa, lo è pure del dolore. Così restò in città, nelle file per il pane, l’acqua, sotto la dissenteria di colpi dei cecchini e dell’artiglieria. Quello è stato il suo impegno: stare, condividere la malora del suo popolo. Non pubblicare appelli dall’estero, aggiungere una firma  in calce a un manifesto: stare, verbo che a volte copre tutto il da farsi urgente. Stare coi suoi dentro Sarajevo, in quegli anni, come scrive lui: “Il più grande carcere d’Europa”. È solo un esempio di responsabilità civile, io sono uno che scrive storie, cioè che racconta esempi, non so trarre, astrarre alcuna regola di comportamento. Non sono una persona impegnata, sono uno che qualche volta ha preso degli impegni. Non mi piace firmare appelli, petizioni e simili sciacquature di coscienza. Se posso, preferisco stare al pianoterra dove succede attrito tra idee e ordine pubblico. In quei posti, dalla Val di Susa a Termini Imerese, si lavora al pezzo di libertà da custodire, in minoranza contro l’usura della dote assegnata dalla costituzione. La libertà comporta isolamento e rischio feriale, su piste remote e di periferia, non è una passeggiata al centro un fine settimana.

Aggiungo un esempio opposto a quello di Sarajlic: l’effetto letterario di un impegno civile. Quando la mia generazione politica cominciò a entrare in massa nelle prigioni contagiò la popolazione rinchiusa. Scoppiarono rivolte, che produssero poi la riforma carceraria. A volte i traguardi riformisti hanno bisogno di spinte rivoluzionarie. Effetto secondario dell’entrata dei militanti politici in prigione fu l’arrivo dei libri: prima non c’erano. Entrarono coi rivoluzionari e cambiarono il tempo e il luogo delle reclusioni. Fu rotta la privazione supplementare del diritto di leggere: in certi posti è diritto di accesso alla parola. Tra questi due esempi fa la spola il mio pensiero quando rispondo di letteratura e impegno. Non c’è linea prescritta, se c’è non la conosco. Credo nel tentativo giorno dietro giorno di scippare ai poteri costituiti dei pezzi di verità. Oggi compito per me urgente è di sapere quanti stranieri sono stati uccisi a Rosarno nella caccia all’uomo. Nessuno: dice l’autorità. Il  giornalismo attuale, senza spirito di inchiesta non sa e non può smentire la menzogna. Torno al calzolaio: qui si tratta di fare un paio di scarpe buone alla verità scalza che non sa fare un passo.

Dal blog Nazione Indiana, 17 febbraio 2010

http://www.nazioneindiana.com/2010/02/17/il-calzolaio/#more-30400 

Una risposta a “La responsabilità sociale dell’autore: Erri De Luca

  1. Mi permetto d’intervenire poiché la sollecitazione da voi proposta per mezzo delle parole di Erri De Luca sono davvero importanti e i rovelli a tal proposito vengono da lontano, da molto lontano. Appartengo ad una generazione che rinfacciava ai propri maestri (di fatto o per mera funzione sociale) l’apparente disimpegno dalle lotte politiche (o di classe, come si sosteneva allora). De Luca spinge il pedale su una questione, a suo tempo posta da Sartre e con alcuni limiti anche da Vittorini, sull’annoso legame torbido tra impegno e disimpegno. In sostanza – stante la cultura di formazione di De Luca – il rapporto tra i modi del proprio lavoro creativo (il letterato, l’artista, il poeta, il musicista., il regista, l’attore, ….) ed i contesti socio-politici devono essere in una relazione di affinità ma non di interscambiabilità dei ruoli; se fai il poeta fai il poeta se fai l’agitprop fai quello e basta, non fai sovrapposizioni tra le parole della scrittura e gli atti “politici”.
    Il problema della generazione di De Luca (e che lambisce anche alcuni degli anni successivi) credo che sia contenuto nella riproposta – non detta esplicitamente ma sottaciuta – della relazione tra prassi e teoria, relazione che proviene dai lombi ideologici della componente leninista del movimento che è andato a comporsi, in variegate forme, attorno alle lotte dei primi anni settanta del novecento. Allora non si comprese che la questione così posta era errata sebbene avesse permeato, per l’appunto, tutto il secolo delle avanguardie e richiesto una certificazione d’origine controllata (del PCI, ad es.) di impegno socio-politico per gli intellettuali. Ci si è accorti, poi, con lo scemare delle reprimenda e delle minacciate sospensioni da incarichi di partito o di case editrici, che tutto il nostro strologare era insito nella relazione (impossibile) tra l’autonomia e l’eteronomia della produzione culturale. Da queste regioni sentimentali e culturali arriva la generazione di De Luca e da lì bisogna ripartire. Ricordo che una pagina su Macondo ha divelto un velo obnubilante dinanzi agli occhi dei pallidi terzomondisti in caduta libera: il fascinoso ed onirico immaginario sudamericano invadeva le nostre coscienze inoculando il dubbio sulla presunta supremazia intellettuale di stampo europeo. Questo è poi altra questione ancora.
    Condivido appieno il rigore cui richiama fa De Luca: far bene il proprio lavoro creativo è atto morale innanzitutto e riguarda l’individuo storico come tale e non dovrebbe consentire l’approccio dilettantesco di gran parte dei mediocri di successo; oggi ci si scontra infatti con questa soglia che è poi foriera di altre e urgenti questioni che lambiscono solo in parte la cultura italiana.
    Gaetano Cantone

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