Crisi culturale e bene comune (di Marco Guzzi)

Crisi culturale e bene comune
 

Marco Guzzi – 03/09/2009

Nel contesto del lavoro culturale quali sono le declinazioni possibili del bene comune? Si tratta di una prima domanda che ha a che fare anche con una questione che per secoli ha segnato la storia delle idee: quale è il ruolo sociale degli intellettuali?

Se si vuole fare vera cultura occorre “illuminare di significato” la vita delle persone; è questo il BC. Particolarmente efficace è il riferimento all’etimologia di “autore”: dal latino «àuctus», participio passato di «àugeo»: accresco, aumento, faccio prosperare. L’autore è dunque “colui che aumenta la vita”, con le sue parole, le sue idee, il suo fare riesce ad incidere nella vita delle persone e lascia una traccia.

Il tempo presente è caratterizzato, oltre che da una profonda crisi di autorità, anche da un vuoto di autorevolezza: questa situazione ha con il tempo prodotto una crisi di significato che, parafrasando le tesi di René Girard, conduce al “nulla del pensiero”, all’“apocalissi del pensiero”. La riflessione sulla contemporaneità è sterile, priva di agganci con la realtà: ad esempio, questo deficit è evidente nell’incapacità di ammettere che viviamo in una società depressa, una società avvitata su stessa nella quale la cultura è innocua, anestetizzata, incapace di “sconvolgere”.

I caratteri negativi della cultura contemporanea possono riassumersi in tre punti: 

1.      autoreferenzialità: gli intellettuali sono preoccupati esclusivamente della promozione di se stessi, tutto si risolve nella partecipazione a circoli chiusi, la cultura è preda degli egoismi degli uomini interessati alla visibilità piuttosto che al senso;

2.      accademismo: la cultura è vittima di una sorta di distorsione museale in virtù della quale è sradicata dai luoghi e dalla gente per essere rinchiusa nelle accademie e diventare oggetto di studio erudito ma sostanzialmente inutile;

3.      spettacolarizzazione: nei rari casi nei quali la cultura riesce a ritagliarsi un qualche spazio pubblico non riesce a resistere alle forze della spettacolarizzazione che dominano il mondo della comunicazione: il risultato una cultura tutta schiacciata sull’intrattenimento, sulla semplificazione (la proliferazione di festival è lì a testimoniare questa deriva).

Al di là di queste derive negative, il dato di fondo è il profondo scollamento tra l’anima del mondo e i linguaggi che tentano di raccontare il mondo.

Passando alle soluzioni prospettate, si segnalano tre ricette: 

1.      Interpretare la fase storica contingente come tempo estremo: in questa particolare fase storica occorre essere radicali e riscoprire il lavoro culturale come attività di critica sociale.

2.      Elaborare un nuovo pensiero-ragione dell’ascolto: una cultura “aumentante” è una cultura che è in grado di dire cosa sta finendo, un pensiero nascente che con il tempo saprà trasformarsi in giudizio di valore, uscendo dal riduzionismo e aprendosi verso una relazionalità fondamentale.

3.      Recuperare la dimensione pedagogica: il tempo presente impone di ragionare in termini di globale-mente; per formare una ragione di questo genere ci sono almeno due livelli pedagogici: (a) dal punto di vista psicologico è fondamentale re-imparare ad ascoltare le emozioni; (b) inoltre, esiste anche una componente meditativa del pensiero che occorrerebbe educare al pari delle altre forme di riflessione. 

Ma una simile diagnosi dell’epoca in cui viviamo non deve essere vista in chiave pessimistica, bensì come un tentativo di illuminare le cose così come esse sono: è la fine di un mondo, non del mondo.

                                                                                                      Marco Guzzi

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