Rosso Floyd

25 Luglio ore 21,00

presso la Libreria Luidig

Rosso FloydAssociazione Luidig
presenta

ROSSO FLOYD

Uomo Gatto – Selene D’Alessandro
Uomo Cane – Giuseppe Di Gioia
Uomo Cavallo – Giancarlo Tretola
Uomo Topo – Mario Buonarobba

e con: Claudio Russo, Alessandro Di Gioia, Gennaro Del Piano
supporto musicale live: Luigi Furno e Alessandro Caporaso

«Syd è impazzito perché era sempre un passo più avanti, e non essere mai in sintonia con gli altri fa di te un naufrago su uno scoglio, o un astronauta perso nello spazio. Qualsiasi cosa facesse o pensasse era sempre all’avanguardia, sempre: a un certo punto si trovò così in là che intorno a lui non c’era più nulla, e in quel vuoto precipitò».

«Mio padre si chiamava Eric Fletcher Waters. Morì ad Anzio il 18 febbraio 1944. Io sono nato 165 giorni prima della sua morte. La gente mi conosce come Roger Waters, voce, bassista e autore della maggior parte dei testi dei Pink Floyd». Inizia così una delle confessioni dell’immaginaria «istruttoria» che fa da spina dorsale a questo libro. Un romanzo che ricostruisce la parabola artistica dei Pink Floyd facendo coincidere i dati biografici con quelli fantastici, dando forma a un impasto unico modellato intorno a una delle band più celebrate del ventesimo secolo. A sovraintendere a questa febbrile requisitoria sono «i siamesi»: due cervelli per un solo corpo, un legame conflittuale come quello che unì Roger Waters e David Gilmour.

Ma qual è stato l’originario «evento scarlatto» che ha fatto dei Pink Floyd la leggenda che sono diventati? Sappiamo che Syd «Diamante Pazzo» Barrett – dopo appena due dischi e un’esperienza psichedelica dalla quale non si riprenderà mai più – viene allontanato dai suoi stessi compagni. È allora che decide di rinchiudersi nello scantinato della casa di famiglia a Cambridge, in compagnia delle sue amate chitarre e di tutta la musica che ha in testa. La stessa musica che, grazie ai concerti tenuti dal gruppo, continua a fare il giro del mondo: come se il talento visionario di Barrett – tramite insondabili vie oniriche – avesse continuato a influenzare sotterraneamente ogni canzone composta dagli altri Pink Floyd dopo il suo esilio.
L’estro catalogatore ed enciclopedico di Michele Mari si fa in questo libro vertiginoso: l’autore sembra schiudere le porte del suo laboratorio per interrogare in profondità la genesi del processo creativo. Il potere della letteratura si allea in queste pagine a quello della musica: solo così è possibile far dialogare i personaggi delle canzoni dei Pink Floyd con i membri stessi della band, Stanley Kubrick con le coriste, David Bowie con Michelangelo Antonioni… Come il prisma scompone un raggio di luce mostrando lo spettro di colori che lo costituisce, così l’autore disseziona il nucleo incandescente delle canzoni dei Pink Floyd fino a svelare come dietro ogni loro singolo verso si nasconda un messaggio rivolto all’altrove.

Michele Mari – Rosso Floyd

 

Rosso Floyd

«Meraviglioso».
Tiziano Scarpa

«Testo inusuale, il romanzo di Mari è un caso pressoché unico nel panorama italiano. È qualcosa che somiglia a un sogno. Ecco, Rosso Floyd è scritto come uno di quei sogni in cui i personaggi veri si mescolano a figure non reali e si combinano in un racconto fatto di associazioni ed enigmi».
Ranieri Polese, Corriere della Sera

«Non è una biografia sul gruppo, né la solita storia ben documentata su protagonisti e vicende, ma un romanzo in piena regola, tra finzione e fatti reali, tenuti in perfetto equilibrio dalla fine sapienza letteraria di Michele Mari».
Valeria Parrella, Grazia

«Centro pieno: Mari firma il miglior libro sulla musica popolare mai scritto da queste parti e nella biblioteca ideale va a collocarsi accanto ai capolavori del genere. (…) Se non avete la minima idea di chi sia Syd Barrett, né intendete informarvi, la bellezza di Rosso Floyd non cambia di una virgola».

Alessandro Gnocchi, Il Giornale

«Nella sua eclettica ispirazione, Michele Mari ci offre un altro geniale esempio di come la letteratura possa intrufolarsi ovunque, dal puro romanzo alla più deflagrante contaminazione meta-narrativa, quando a sorreggerla c’è una scrittura alta, tentacolare, intelligente. (…) In questa strepitosa contaminazione di linguaggi e di ipotesi, Rosso Floyd è un libro amabilmente – diabolicamente – unico».
Sergio Pent, ttL

«Rosso Floyd, romanzo serio, non deve essere un libro per pochi».
Goffredo Fofi, Internazionale

Un romanzo impetuoso e visionario, un viaggio nell’universo dei Pink Floyd, alla scoperta dell’«evento scarlatto» che ha fatto della band una leggenda. 30 confessioni, 53 testimonianze, 27 lamentazioni (di cui 11 oltremondane), 6 interrogazioni, 3 esortazioni, 15 referti, una rivelazione e una contemplazione. E al centro, la musica e l’estro creativo di un gruppo che ha rivoluzionato il rock.

Dopo appena due album, Syd Barrett sprofonda in un delirio psichedelico che determinerà la rottura con Roger Waters e David Gilmour. Barrett perde il contatto con la realtà, non si presenta ai concerti, o decide di scordare la chitarra nel bel mezzo delle esibizioni e fissare il vuoto. Allontanato dai suoi stessi compagni, Barrett si rinchiuderà nello scantinato della casa di famiglia, a Cambridge, e rimarrà là sotto, con la sola compagnia dei suoi strumenti e delle sue visioni, mentre la musica che ha composto per i Pink Floyd continua a fare il giro del mondo. Nonostante non faccia più parte della band, le idee di Barrett e la sua inconfondibile impronta continueranno a influenzare i testi e il sound Pink Floyd in modo duraturo, in una sorta di collegamento onirico che non verrà mai interrotto.

Michele Mari trasporta il lettore nel vortice del rock, riunendo tutti i personaggi che hanno incontrato Syd Barrett e anche quelli che hanno solo tangenzialmente avuto a che fare con i Pink Floyd, personaggi realmente esistiti – come Stanley Kubrick, David Bowie, Michelangelo Antonioni, i membri stessi della band, dalle coriste ai tecnici del suono – e personaggi immaginari – protagonisti delle canzoni o figure apparse nei film che hanno raccontato il gruppo. In un impareggiabile sforzo di catalogazione e documentazione, Michele Mari dà voce alla galassia Pink Floyd, in una sorta di tavola rotonda, di banco degli imputati in cui tutti raccontano un frammento della loro esperienza, in un puzzle di ricordi, testimonianze, fatti “storici” e invenzioni che si intrecciano o si perdono. A dirigere la requisitoria, sono «i siamesi»: due cervelli per un solo corpo, simbolo della parabola artistica del gruppo, uniti in un legame conflittuale come fu quello tra Roger Waters e David Gilmour.
Rosso Floyd è un laboratorio narrativo che si spinge fino al cuore della musica dei Pink Floyd, una miniera di documenti e citazioni, un dialogo immaginario che è anche il racconto di un mito.

Michele Mari parla di Rosso Floyd in una videointervista a RepubblicaTV:


Materiali a margine

Uno dei piaceri che il lettore incontra nel romanzo di Michele Mari Rosso Floyd, deriva, come accade ogni tanto nella migliore letteratura, dall’aprirsi di un mondo. In questo caso un sistema astrale che ruota intorno a un «diamante pazzo», Syd Barrett, ed è composto a sua volta da un pianeta principale, i Pink Floyd, e numerosi satelliti, asteroidi e fors’anche qualche buco nero.

Fuor di metafora, chi ha letto o leggerà Rosso Floyd, può essere interessato a vedere con i suoi occhi alcune esecuzioni, episodi e personaggi, a cui il libro fa riferimento e quanto segue è solo un parziale ed arbitrario tentativo di soddisfare tali curiosità. I filmati di YouTube a cui si accede dai link sottostanti sono accostati ad alcuni brani di Rosso Floyd che, più o meno da vicino, li riguardano.


Astronomy Domine

Questi ragazzi hanno prodotto una musica inconfondibile grazie al concorso di ogni tipo di rumore: battiti cardiaci, cinguettii, bisbigli, risate, gracidii, rumori di automobili, di elicotteri, di lavatrici, di registratori di cassa, porte sbattute, passi, ticchettii, voci di giornalisti sportivi, annunci pubblicitari, onde radio gracchianti, vagiti, sfrigolii di uova e bacon in padella, ululati, fischi del vento, respiri ansimanti, tuoni, tintinnii di monete, scrosci d’acqua, esplosioni, crolli, stormire di fronde…
(p. 223)
Arnold Layne

Ci ho mica mai parlato, neanche il mio nome gli ho detto, figurarsi se gli raccontavo il mio segreto… Bòn, una mattina vado in centro e tutti cantano quella canzone, la storia di uno che ruba la biancheria delle donne e se la mette davanti allo specchio, uno che si chiama preciso come me, Arnold Layne! Che è poi anche il titolo della canzone, così da quel giorno io sono quello delle mutande… l’uomo che si traveste… Non ho più avuto pace…
(p. 6)

See Emily Play

Emily sono io, era con me quando ha composto See Emily play, è a me che l’ha dedicata, non posso pensarci senza sentirmi male perché è dall’enorme successo di quel singolo che è incominciato tutto, la tremenda pressione perché ne tirasse fuori subito un altro… E mi intristisce che tutti si ricordino di quella canzone e nessuno del lato B, perché sul lato B c’era lui, o meglio c’era quello che sarebbe diventato presto, come se lo sapesse già… The scarecrow, c’era…
(p. 95)

Jugband Blues

Barrett, talmente pallido che sembrava truccato con la biacca, cantò Jugband blues rimanendo immobile come un morto, e interpretando la canzone in modo astratto e stranito, come se veramente, ciò che appunto dice il testo, lui non ci fosse già più. Era evidente che si trattava di un testamento, anche se nel diagnosticarsi da sé come schizofrenico Barrett dimostrava di saper essere ancora spiritoso. Ma la cosa più impressionante era che Jugband blues riusciva con micidiale precisione a rappresentare in tempo reale l’ultimo atto della schizofrenia, l’istante in cui la mente delirante piomba per sempre nel buio: è quando la canzone sembra finita e si sente un bizzarro suono di banda – lì in trasmissione Barrett dovette accennarlo a voce – dopodiché, pronunciati in modo ancora più impersonale, ci sono quattro versi che sono ormai dentro la pazzia, la pazzia che sentenzia che il mare non è verde e si chiede cosa «esattamente» sia un sogno, cosa «esattamente» uno scherzo…
(p. 137)

Vegetable Man

Quello che non ho mai capito è perché siano rimaste fuori canzoni terribili come Vegetable man e Scream thy last scream: fuori, dico, non solo da quei due album o da Opel, quella strana accozzaglia di inediti e di varianti messa insieme non so da chi nell’88, ma anche da tutti i cofanetti celebrativi fatti uscire dalla EMI negli ultimi vent’anni… Forse perché contengono un autoritratto troppo straziante, senza le dovute mediazioni artistiche? Eppure quei brani hanno incominciato a circolare clandestinamente quasi subito, tanto che non c’è un solo fan di Syd che non li conosca…
(p. 144)

Syd Barrett’s First trip

Giunti in cima mi ordina di filmarlo, e in quello stesso momento si trasforma: da serio e taciturno diventa un buffone, corre agitando le braccia in modo disarticolato, grugnisce, squittisce, fa una smorfia dietro l’altra, e ride, ride sguaiatamente con la testa piegata all’indietro… Poi si lascia rotolare giù da una duna riempiendosi i capelli di sabbia, risale e rotola di nuovo, svelle arbusti, ruota su se stesso come un derviscio: e intanto io filmo tutto…
(p. 107)

Rachel Fury

In un caso io ero anche solista: nel celeberrimo assolo di The great Gig in the sky. Ora, non ci vuol molto a capire che cimentarsi in quel pezzo significa misurarsi con il fantasma di Clare Torry, la vocalist che lo eseguì divinamente, anzi che lo inventò, per la registrazione dell’album.
(p. 181)

Clare Torry, intervista alla Comunidad Floydiana del Perù

«Questo sarà un disco meraviglioso» ha aggiunto, «ma perché sia perfetto gli manca un tocco di… sì, un tocco di sessualità»… «E a me la chiedi, la sessualità?» «A te, sì, perché gli altri sono già troppo… oh fìdati, domani ti mando un tipino che ti aiuterà a sistemar la canzone»… Ed è arrivato il tipino, una vocalist che si chiamava Clare Torry, una che ha tirato fuori certi acuti, certi gorgheggi che sembravano davvero un orgasmo, insomma a farla breve fra lei e me abbiamo realizzato The great Gig in the sky. Gli altri sono rimasti senza parole.
(p. 14)

Michael Stipe Dark Globe

Alla fine del concerto, mentre se ne stanno andando, proprio Stipe torna al centro del palco, e sorprendendo i suoi stessi compagni si mette a cantare Dark globe a cappella. Dovevo prenderlo come un omaggio? Io l’ho preso come un rimprovero, tu che ne dici bel chitarrista?
(p. 150)

Robyn Hitchcock Dominoes

Lui che quando compongo o quando canto mi sta appollaiato sulla testa come un avvoltoio… è la mia ossessione, il mio horlà… mi possiede, mi plagia, ma solo così riesco a creare… scosso dal demone creo, ma cosa creo?
(p. 148)

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