L’uccisione di un idealista: il movente è sempre la droga, quella delle emozioni che impediscono il cambiamento

Di solito, evito di parlare di notizie inflazionate, ma Acciaroli è il luogo di mare più affine al mio sentire: con alle spalle rilievi montuosi che fanno pensare a un Fortore che affaccia sul mare, lì, per non sentirmi turista, parassita del luogo, mi prendo cura di una decina di piante di fico d’India che collocai su un ciglio della strada (oggi si dice guerrilla gardening), all’ingresso di questa minimale località. Inoltre, Angelo Vassallo era il vicepresidente delle CittàSlow e io sono stato, per tre anni, il fiduciario di Slow Food Benevento. A Pioppi (altra frazione di Pollica), tramite il fisiologo americano Ancel Keys che qui risiedeva, è nata la “dieta mediterranea”, quella che incoraggia una nostra identità e un modello di sviluppo sostenibile. Quindi, l’uccisione del sindaco di Pollica (e di Acciaroli e Pioppi), ha toccato da vicino il mio sentire e mi ha reso più intollerante con quella società civile che ritengo complice del paradigma verticistico che ha armato quel delitto.
Alessio Masone


L’uccisione di un idealista: il movente è sempre la droga, quella delle emozioni che impediscono il cambiamento
di Alessio Masone – 12 settembre 2010     

Il funerale di Angelo Vassallo mi riporta alla mente quei film in cui si mostra che, dopo l’assassinio di chi si è opposto al sistema del malaffare, alle conseguenti esequie partecipano anche quelle persone che sono state funzionali a quell’omicidio. Ebbene, quei film dovrebbero farci pensare a quanto noi benpensanti siamo complici, ogni volta, che viene trucidato un idealista.  

Tutti quelli che, in onore della vittima, partecipano alla fiaccolata di solidarietà, fanno commenti indignati, leggono morbosamente le notizie sui giornali, linkano gli articoli su facebook, non sono forse funzionali a quell’omicidio?

Dove erano questi, espressione di una società civile a intermittenza, quando Angelo Vassallo non era alla ribalta dei giornali? Dove saranno, appena spenti i riflettori sulla vittima di turno?  

Per noi, decide la camorra chi e quando deve essere considerato degno di una considerazione, tra l’altro, tardiva e retorica. Per noi, decidono i magistrati chi deve essere considerato indegno, a prescindere da quanto la maggioranza degli altri, di fatto, viva indegnamente. Per noi, decidono i mass media come dobbiamo vagliare il mondo.  

Questo avviene perché noi non siamo esercitati a considerare l’altro in base alle nostre opportunità esperienziali. Se un artista e un intellettuale valgono (anche quando è un nostro concittadino), lo dobbiamo sapere dai mass media: a quel punto, accade abitualmente che, aderendo emozionalmente al suo risultato, alla sua fama, perdiamo interesse ad aderire al percorso (che è alla base di quel risultato) e a riproporlo, in proporzione, nella nostra vita.  

Quelli che si indignano per l’omicidio di Vassallo, poi, nei fatti quotidiani, nella vita esperienziale, sono come Vassallo, il sindaco della filiera corta, o sono come quelli che comprano nei supermercati, che “comprano” seducenti notizie di filiera lunga, già belle e confezionate sui giornali nazionali, che  frequentano gli eventi culturali perché vi recita l’attore rinomato?

Chi, nel percorso, non è come Angelo Vassallo, è a favore del modello in cui proliferano le mafie, i politicanti, le multinazionali.  

La maggioranza della popolazione, ascoltando o leggendo Travaglio e Saviano, soddisfatta la dose giornaliera di emozione di giustitiza, di fatto, resta piegata al sistema e sentenzia la morte di quei pochi idealisti che non si piegano.  

A causa di una dipendenza dalle emozioni, i “tossici dell’informazione” commentano appassionati le ingiustizie che leggono sui giornali e su facebook, “consumano dosi emozionali” ed egoistiche in teatri e ai concerti. Cosa avrà da compiacersi alla Città spettacolo, se poi quel colto e raffinato beneventano, esaurito l’effetto della droga emozionale, come in ogni dipendenza, si ritrova in un mondo reale che non è cambiato? Le emozioni scatenate dall’opera d’arte e dall’omicidio di un idealista, sono capaci di produrre nelle persone l’attitudine al bene comune, anche semplicemente, nel comprare di filiera corta, di commercio equo, nel frequentare il volontariato?  

Le attività culturali, se fruite passivamente servono ad un’emozionalità secondaria, di rimando che produce un appagamento tampone che, di fatto, impedisce di cambiare il mondo. Le attività, invece, se realizzate esperienzialmente producono un’emozionalità primaria, originaria che provoca cambiamento, personale e del mondo. Se vagliamo un’opera d’arte nella sua capacità di azione, di bene comune, noi stiamo agendo, stiamo soggettivando quell’opera (ma anche il mondo) e, quindi, ne siamo coautori.  

Certo, ognuno deve essere libero di emozionarsi a teatro o al cospetto di un’opera d’arte, ma, se non soggettiva quell’opera producendo cambiamento, almeno, lo faccia senza la spocchia di riconoscersi parte di un mondo intellettuale, di riconoscersi in antitesi a chi ha armato la mano dell’assassino di Angelo Vassallo. Ammetta che si emoziona a teatro, come fosse allo stadio, e faccia spazio a chi vuole cambiare il mondo.  

Le mafie non fanno solo profitti illegali, i politicanti non si spartiscono solo mazzette, le multinazionali non solo concentrano le ricchezze in mano a poche persone: questi, oggi, saccheggiano i beni comuni, il territorio, l’aria salubre, l’acqua, ma anche la dignità del vivere, la coesione sociale e una cittadinanza non delegata.  

Se si vuole che queste forze siano messe in discussione, il popolo deve aprire la strada mettendosi, esso stesso, in discussione. Può apparire impensabile, ma, se vogliamo il cambiamento, anche l’intellettuale deve fare le sue faticose rinunce: non può più aderire all’opera d’arte in funzione della sola eccellenza, della sola fruizione estetica, agevolando un verticismo emozionale, se si vuole che il criminale non delinqua rinunciando a “possedere” l’emozione dell’eccellenza di un’automobile prestante, di un abito griffato, di una villa sontuosa.   

I criminali, i corrotti e i manager senza scrupoli vivono in mezzo a noi, fanno gli stessi viaggi, “comprano” le stesse emozioni, frequentano gli stessi cinema, gli stessi stadi di calcio: se in questi luoghi utilizzassimo un’altra modalità emozionale, quella capace di bene comune, loro resterebbero senza emozioni da fruire. Per ritrovarle, anche loro dovrebbero assecondare la modalità etica delle emozioni. Le loro mogli comprano dove comprano le nostre mogli, i loro figli frequentano gli stessi cinema dei nostri figli: se non si riconosceranno più nello sguardo delle loro donne e dei loro bambini, la legge che governa il loro sentire necessariamente si modificherà.  

Se dimostriamo che le emozioni non si comprano con i soldi, ma che si acquisiscono con la consapevolezza, tramite la coesione sociale e l’agire per il bene comune, i criminali e i corrotti non avranno da trasformare in emozioni i soldi ottenuti con il crimine. Se dimostrassimo che, per emozionarsi, non basta domandarsi “mi piace?”, come intrappolati in un perenne facebook, ma che è necessario chiedersi “serve al cambiamento, all’azione capace di bene comune?”, la componente patologica della nostra collettività tenderebbe verso l’estinzione naturale.   

Questo è un processo culturale autentico, originario: esercitare una capacità a selezionare le proprie emozioni. Esserne coautore anche quando quelle promanano da altri individui.  

Grazie a un responsabile approccio con le emozioni, è possibile esercitarsi a un mondo vagliato in prima persona e a una cittadinanza non delegata.   Questo è il cambiamento dal basso: il popolo che si mette in discussione, nelle sue abitudini quotidiane, nelle sue emozioni. Di conseguenza, gli intellettuali, gli amministratori pubblici, ma anche i criminali, gli arrivisti, i corrotti, in quanto tutti parte dello stesso popolo, si adeguano al nuovo sentire comune.   

Tutto questo è possibile perché il mondo, più che nelle grandi riforme svolte da altri, si evolve nelle sue emozioni quotidiane.

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