Alfredo Granata a Palazzo Paolo V e alla Numen Art – 21 ottobre > 30 novembre 2010

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Alfredo Granata – Expansion of light. Thinking Joachim
A cura di Loredana Barillaro
Dal 21 ottobre al 30 novembre 2010 – 
Benevento
Palazzo Paolo V  fino al 3 novembre (tutti i giorni, dalle 16.30 alle 20.00)
Numen Arti Contemporanee fino al 30 novembre (mar/mer/gio dalle 10.00 alle 13.00 – ven/sab dalle 17.00 alle 20.00) 338.7503300 
 
Si tratta di un percorso tracciato secoli fa da Gioacchino da Fiore, il cui gesto e la cui poetica sono stati così forti da lasciare una traccia indelebile e duratura nella cultura europea. Molti segni ci suggeriscono quasi una sorta di rinnovato misticismo, in un perfetto connubio e dualismo fra l’abate e l’artista contemporaneo, Alfredo Granata.
 
Conversazione con Alfredo Granata
di Loredana Barillaro

Loredana Barillaro/ Dimmi Alfredo, che valore hanno per te le parole del Sephirot?

Alfredo Granata/ Prima vorrei parlarti della genesi di questa mostra che parte da un elemento apparentemente banale. Gaspare Turchiaro, medico psichiatra in pensione nonché raffinato intellettuale di  notevole spessore, mi chiese di fare una ricerca sul Sephirot. Nella bibliografia c’era un rimando ad Umberto Eco e al suo bellissimo e, per certi versi, difficilissimo romanzo “Il pendolo di Foucault” nel quale riscrive la Storia Universale dividendola in dieci capitoli e identificandoli, a loro volta, con le identità del Sephirot o Albero della vita.   Le  dieci Sephirot costituiscono la sintesi  dei più noti e importanti insegnamenti della Cabala Ebraica. Dieci entità profondamente affascinanti e contemporanee. Corona, Intelligenza, Saggezza, Potere, Amore, Bellezza, Gloria, Eternità, Giustizia e Presenza potrebbero assolvere secondo me ad un compito difficile che è quello di  contribuire a rappresentare, descrivere e riscrivere la realtà che stiamo affannosamente vivendo. Se qualcuno mi chiedesse di descrivere in dieci parole la nostra società non farei altro che citare le entità del Sephirot. Queste “parole”  mi hanno da subito affascinato e rapito costringendomi ad elaborarle artisticamente. Da tempo ero alla ricerca di qualcosa che potesse descrivere in modo etico  il nostro frenetico modus vivendi ed operandi. La conoscenza e lo studio di queste dieci entità mi hanno aperto e introdotto in un mondo affascinante e misterioso aiutandomi a capire la natura e ad apprezzarne con semplicità la ricchezza che, forse, “qualcuno” ci ha donato. Non a caso, come ho già detto, le Sephirot vengono identificate come Albero della vita. Il grande filosofo della scienza e della poesia francese Gaston Bachelard così descriveva l’albero: “L’immaginazione è un albero. Ha le virtù integratrici di un albero. E’ radici e rami. Vive tra terra e cielo. Vive nella terra e nel vento”. Le Sephirot  hanno aiutato la mia immaginazione a trasformarsi in  albero, ad estendere e unire, con la sua verticalità, il cielo alla terra, il sacro al profano, il visibile all’invisibile, in modo del tutto disincantato.

LB/ Nel realizzare questi lavori, hai forse immaginato di compiere anche tu una sorta di viaggio spirituale?

AG/ Sono nato e cresciuto in un territorio, la Presila cosentina, pregno di spiritualità, da qui è transitato San Francesco da Paola ed è proprio qui, a Celico, che è nato Gioacchino da Fiore.  Due visionari colmi di spiritualità genuina e rivoluzionaria. Gioacchino fu un monaco controcorrente e scomodo che  riuscì nei secoli a procurarsi tante e autorevoli ammirazioni ma, guarda caso, anche tanti nemici e per lo più provenienti dalla sua stessa “santa chiesa”. Papa Benedetto XVI, nella sua recente udienza generale del 10 marzo 2010 interamente dedicata a San Bonaventura da Bagnoregio, ha parlato di Gioacchino da Fiore e del Gioachimismo come origine di un “utopismo spiritualistico ed anarchico” e che grazie ai timonieri della chiesa –  Paolo VI e Giovanni Paolo II – questo pensiero innovatore e rivoluzionario non riuscì a prevalere dopo il Concilio Vaticano II.  Non potevo uscire indenne, come artista, da questo “utopismo spiritualistico ed anarchico”, sento Gioacchino da Fiore fortemente vicino, la sua filosofia, la sua esegesi e la sua immensa spiritualità mi hanno spinto a celebrarlo con questa mostra che non ho difficoltà a definire spirituale e per certi versi scomoda. Un tentativo di riunire etica, estetica e spiritualità in un percorso lungo, difficile ma affascinante. Sono felice di definirmi come un sognatore impregnato di quella spiritualità  anarchica, libera e indipendente tipica di Gioacchino da Fiore. 

LB/ Sembra che tu compia una doppia operazione, ti allontani dal passato, da una certa pratica di studio per fondarne un’altra, più moderna, vitale e immediata la quale però, a sua volta, sembra trovare origine nel Liber Figurarum di Gioacchino.

AG/ Nessun artista visivo contemporaneo, fino ad oggi, ha tentato  di contestualizzare, con nuovi linguaggi, la figura e l’opera di Gioacchino da Fiore. Esistono varie opere che immortalano l’Abate Cistercense, ma in modo del tutto iconografico. Dal punto di vista moderno molti sono stati, invece, gli artisti  che  hanno preso spunto dai concetti spirituali dettati da opere visivo – scritturali dell’abate. Il grande pioniere della pittura moderna, Vassily Kandinsky, si serve dell’albero trinitario di Gioacchino da Fiore per illustrare la propria visione sull’evoluzione spirituale dell’arte. L’arte non consiste di nuove scoperte che cancellano le precedenti, ma di uno sviluppo organico fondato su una precedente saggezza, così come il tronco dell’albero non diventa superfluo per lo spuntare di un nuovo ramo. In occasione di un’esposizione, il grande amico di Kandinsky, Paul Klee, si serve della parabola dell’albero per esprimere il concetto del processo che opera nell’artista: “l’artista si limita, al suo posto nel tronco dell’albero, a raccogliere ciò che emerge dal profondo e a trasmetterlo oltre”. In altre parole Klee vedeva nella creatività umana semplicemente la prosecuzione del processo cosmico. Il Liber Figurarum di Gioacchino da Fiore rappresenta una grande opera dove parole ed immagini lavorano in perfetta  sinergia trovando un equilibrio estetico ineguagliabile. Una sorta di poesia visiva tramandata da un poeta visionario vissuto oltre ottocento anni fa. Nell’opera è perfettamente illustrato il complesso ed originale pensiero profetico dell’Abate Florense, basato sulla teologia trinitaria della storia e sulla esegesi concordistica della Bibbia. L’opera ci rimane oggi in tre esemplari ben conservati, il codice di Oxford, il codice di Reggio Emilia e il codice di Dresda. Più antico è il manoscritto di Oxford, prodotto dall’Officina scrittoria di un monastero calabrese, probabilmente l’abbazia di San Giovanni in Fiore, tra il 1200 e il 1230.    I lavori esposti in questa mostra segnano un ritorno alle proprie radici artistiche,  ad una classicità moderna della pittura in cui gestualità, colore e sedimentazioni del tempo  trovano un equilibrio che si ripercuote sulla propria creatività. La progettazione e la costruzione di questa mostra ha rappresentato per me un periodo felice dove Incanto e Disincanto della pittura hanno interagito con le parole Superbia ed Umiltà, altre due entità molto care a Gioacchino

LB/ Già in passato hai riflettuto sulla funzione sociale dell’artista, alla luce di questa mostra qual è oggi il tuo ruolo? In che tempo e in che dimensione collochi il tuo essere artista?

AG/  Nella precedente mostra personale dal titolo “Obbedire, credere, combattere, comprendere…”  era palese il tentativo di  riappropriarmi di quel ruolo sociale e politico  che apparteneva agli artisti e all’arte tout-court negli anni del secolo appena trascorso e in cui gli sconfinamenti dell’arte riguardavano tutto, a partire dalla politica, attraverso il teatro e la poesia fino alla musica, al cinema e alle arti visive. Oggi, certamente, non è cambiato il mio modo di concepire l’arte e chi la produce. Continuo con le mie “sane provocazioni” che in questa mostra diventano, senza tentennamenti o dubbi, “sante”. Potrei definire questi lavori come “preghiere laceranti”  che si levano al cielo, che chiedono, interrogano ed urlano per apprendere  il mistero della vita. Con questa esposizione tento uno spostamento del baricentro, che è anche spaesamento, e da una posizione prettamente materialista e materica passo ad una concezione spirituale ed astratta quasi impalpabile. L’artista è un piccolo “insetto” con antenne ipersensibili che captano e assorbono gli umori della società in cui vive. Ha un compito importante, quello di trasmettere alle nuove generazioni le attese, le partenze e gli arrivi del nostro contemporaneo.   Sento di essere  un termometro sensibile ai cambiamenti, tento di misurarmi con un territorio che esprime aspirazioni ed ispirazioni represse e che sollecitano una crescita ed una maturità urlata da una moltitudine di giovani. Non mi definisco né periferico né  marginale. Sento profondamente di essermi posizionato al centro del mondo, convinto come sono che non esistono né centri e né periferie, bensì, solo, centri e periferie mentali. 

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