Art’Empori, in risposta al Messaggio d’oggi, sul “PoeCivismo”

Il PoeCivismo promuove l’avvicinamento fra partecipazione dal basso e giornalismo
Art’Empori in risposta al “Messaggio d’oggi” del 30 settembre 2010

«“Poesia in forma di rosa”, all’interno di “Zona Franca”, ha avuto il merito di valorizzare attività svolte abitualmente dalle associazioni e dai soggetti coinvolti nel festival». Questo ha affermato l’assessore alla cultura Raffaele Del Vecchio, durante la conferenza di chiusura del festival. Nicola Sguera ha proposto che, negli eventuali prossimi festival, la sezione di poesia sia curata da persone diverse affinché ognuna di queste possa proporre, volta per volta, un’ennesima interpretazione della pratica poetica.

Dopo queste parole illuminate, fatichiamo a comprendere le critiche che il “Messaggio d’oggi” ha voluto indirizzare alla manifestazione. Da una parte, il giovane Antonio Tretola ha bocciato in tutto la rassegna per come interpretata da Nicola Sguera, dall’altra parte, Danila De Lucia ha affermato che il festival meritava un maggiore investimento pubblicitario. Ci chiediamo: il festival era impostato male e, quindi, era inutile investire in pubblicità o il festival era impostato bene, ma aveva bisogno di un maggiore supporto pubblicitario? Sempre Antonio Tretola accusa la rassegna di non essere capace di sferrare un colpo al potere e, nello stesso giornale, Anna Lisa De Mercurio tenta di stroncare il PoeCivismo, quella componente del festival che è determinata a mettere in discussione lo status quo, il potere precostituito, le posizioni di rendita.

Ci spiace che, mentre un assessorato propone una svolta verso la gestione partecipata della cosa pubblica, consentendo che volontari e associazioni partecipino all’organizzazione di un festival, un giornale colpisca l’associazionismo e il paradigma della cittadinanza partecipata.
Il messaggio che passa – forse, contro le stesse intenzioni di chi scrive – è quello di difendere lo status quo da qualsiasi tentativo di cambiamento.

Sarebbe stato utile, probabilmente, per una maggiore intelligenza del confronto, che il Manifesto del PoeCivismo da noi presentato nella rassegna, risultato di una riflessione che si “manifesta” nell’agire concreto, da 5 anni, nella Rete Arcobaleno e, da 18 mesi, nella comunità di Art’Empori, fosse stato affrontato, proporzionatamente, con un approccio più approfondito.
L’autrice dell’articolo, invece, senza partecipare alla presentazione del PoeCivismo, senza sottoporre i propri dubbi al relatore dell’ipotesi di Manifesto, ha sentenziato in base alle suggestioni personali. Onde evitare il rischio di involontarie mistificazioni, ci saremmo aspettati che l’autrice dell’articolo avesse avvisato i suoi lettori che stava parlando, non tramite una conoscenza diretta del PoeCivismo, ma tramite le sue personali conoscenze della poesia e dell’economia partecipata. L’innovazione sarà sempre impedita fino a quando ci si rifugerà nelle proprie certezze per non conoscere il nuovo, l’altro da noi. Il PoeCivismo, come ogni cambiamento dal basso, pretende rinunce, e l’articolo della De Mercurio torna gradito ai suoi lettori che lo useranno come comoda fuga dal mettersi in discussione.

In particolare, sconcertano le critiche di chi, svestito il ruolo di giornalista, proponendosi esperta di consumo critico e di ambientalismo, vuole dare consigli all’organizzazione che, competente al riguardo, è partecipe del PoeCivismo: stiamo parlando della Rete Arcobaleno che, facendo scuola anche fuori di Benevento, ha rivoluzionato nei fatti il modo di fare ambientalismo e che ha realizzato, tra i primi nel meridione d’Italia, nel 2006 e nel 2007, fiere del consumo critico e degli stili di vita sostenibili.
Chi si dedica ad attività di volontariato miranti al cambiamento dal basso non si aspetta, ovviamente, privilegi o attenzioni particolari, ma, aduso all’agire e al cambiamento, si attende uno spirito costruttivo da parte di interlocutori, anche critici.

All’accusa di eccesso di neologismi, replichiamo che l’unico neologismo, tra l’altro di facile interpretazione, è “PoeCivismo”. Per il resto, i nostri sono termini mutuati dal volontariato e dal paradigma della cittadinanza partecipata. Questa è la grande rivoluzione di Art’Empori e del PoeCivismo: portare le attitudini dell’economia partecipata, dell’inclusione sociale e dell’ambientalismo, tipici dell’attivismo civile, nel mondo quotidiano dell’arte e della cultura.
Chi possiede una cultura intellettuale raramente declinata in azioni per il bene comune, potrebbe trovare poco familiari alcune espressioni del PoeCivismo.

Forse, il nodo irrisolto tra noi e il “Messaggio d’oggi” risiede proprio nella contrapposizione tra le attitudini dell’associazionismo, emergenza di una società civile capace di azione, di rinunce e, quindi, di cambiamento, e le attitudini di un mondo intellettuale e giornalistico che non vuole aprirsi al “nascente”, al nuovo che urge e batte alle porte.

Visto che noi abbiamo rivolto alla stampa e alla popolazione un invito a realizzare insieme la versione definitiva e partecipata di questa ipotesi di Manifesto del PoeCivismo, la De Mercurio venga a confrontarsi con noi: prima di esprimersi perentoriamente, esperisca, si contamini di chi opera producendo cultura anche lontano da libri e riviste.

Il nostro movimento ha l’ambizione di incidere sulle stesse pratiche giornalistiche. Appare imperante, a livello nazionale e locale, un giornalismo da tuttologi che, nei singoli temi, ne sanno meno dell’intervistato, ma anche meno del lettore medio. Urge un giornalismo partecipato e capace di azione, di cambiamento nel mondo.

Approfittiamo, dunque, delle critiche per chiarire che il PoeCivismo non è contro il talento degli autori: è contro la mediocrità di quei fruitori che aderiscono al risultato dell’autore, come per possederne il feticcio (omologandosi), senza impregnarsi del percorso dell’autore (che consente un’esperienzialità e l’attitudine a una cittadinanza non delegata). Se l’autore, nonostante il suo talento, è un disadattato, un alcolizzato, consente di comprendere che il disadattato, ma anche il delinquente, non sono  individui separati da noi, ma sono sintomi di un recondito malessere collettivo che ha radici in una società che, per non mettersi in discussione, continua a “delegare” il male agli altri.

Quando noi affermiamo che «sono da valorizzare i media che privilegiano le informazioni relative ad associazioni, comitati e aziende di filiera corta, a scapito di istituzioni, partiti e grandi aziende», intendiamo agevolare nel lettore un’attitudine alla cittadinanza non delegata: senza questa consapevole attitudine, sapere, ad esempio, del dopo Profumo in Unicredit è informazione che, come un pettegolezzo, non porta cambiamento, né nel lettore né nel mondo. Infatti, secondo il paradigma del cambiamento dal basso, la trasformazione del mondo avviene tramite la trasformazione del cittadino che, secondo Art’Empori, avviene, in primo luogo, nel lettore dell’informazione e nel fruitore delle arti.

Alla domanda «Sarà arte anche il Poecivismo?», replichiamo che in questo movimento, fuori dalle tentazioni avanguardiste novecentesche, è strategica la funzione dei fruitori: in quanto dinamica del XXI secolo, è un invito alla responsabilità sociale dell’individuo, al superamento dell’homo emptor, che si pone di fronte a tutto (arte e informazione comprese) passivamente, come semplice consumatore.
All’accusa di massimalismo, replichiamo che, per concorrere a un’umanità in evoluzione, occorre partecipare al mondo con una forte identità capace di confrontarsi con le altre. Se aderiamo a concetti già mediati dal confronto, non partecipiamo al mondo, ma ci omologhiamo all’esistente.
Suggerirebbe Nicola Sguera che bisogna essere “massimalisti” per smuovere acque putride… «Chi viene al mondo per non causare alcun problema non merita apprezzamento né pazienza» (Char).

Alessio Masone
Cofondatore di Art’Empori. Comunità dell’arte biodiversa
 
Benevento, 5 ottobre 2010

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