hipster, bobo o radical chic?

foto e testo di alessandro caporaso

 

e vattelappesca mo che cosa sono.

googleggiando di qua e là mi sono imbattuto in questi dannati neo-logismi che non c’ho capito più niente. sono andato anche dal dottore per una diagnosi e quello m’ha detto

-figlio mio non hai niente.

– ma come dottore non appartengo a nessuno schieramento politico, che oggi di politica in italia non se ne parla proprio. porto le all-star, quelle ultra-fighe di batman, indosso t-shirt, ma non porto il berretto da camionista. i jeans non sono però troppo stretti, che da piccolo mi dicevano sempre che portare i jeans troppo stretti ti faceva diventare impotente. non ammetto di essere hipster, perché non lo sono. gli hipster non lo ammettono, a meno che non facciano coming-out. si è vero, ora ho smesso con il politically correct, dato gli ultimi avvenimenti, e voglio essere cattivo, come i dis-adattati della nuova serie che non ho seguito per niente, misfits.

-si ma come ti vesti?

-beh, dottore, guardi, ho un paio di jeans, una t-shirt, un segno di un anello al dito, capelli corti tenuti con gel, un pò di barba, ma non è che mi faccio crescere i baffi, all-star al piede, una felpa e tanta voglia di capirci qualcosa. allora cos’ho?

-niente ti ho detto. sei solo figlio di internet e degli anni ’90. cioè non è che puoi googleggiare in giro con il tuo pc, imbatterti in qualcosa che non conosci e farla tua come malattia. cerca di crescere.

-si dottore, ma ora viene il bello. ho capito di essere in una fase di transizione. da un lato, ma molto alla lunga ho qualcosa in comune con questi hipster, ma dall’altro appaio, come molti ragazzi del nuovo millennio intenti a facebookkare, chiusi nella stanzetta a cercare nuovi software. cioè nerd. bazzico la periferia della mia città, colonizzandola perché ci vivo e sono radicato sul territorio, inoltre sono un testimone oculare del processo di gentrificazione di questa cavolo di città. ma sto anche davanti al computer, in quella non-piazza che mi dà false speranze, altrimenti sono sarei qui, da lei. non colleziono niente, tranne che per quella vecchia faccenda delle schede telefoniche, che non so neanche dove siano finite. ora mi chiedo. hipster ha una vaga assonanza con hop, che nello slang sta per oppio, e, dottore, non è che ne faccia uso, ma delle volte mi sembra di essere un bohémien e non è che mi trovi a parigi come un bobo ( bourgeois-bohème). qualche volta mangio cibo organico. qualche volta vesto con capi di fibre naturali. faccio, però, a meno di tenere in tasca l’i-phone. e dunque, non sono figlio del maggio francese, ma non appartengo a nessuno schieramento politico, ma mi spaccio per sinistrioide. non amo il lusso, anche se mi piacerebbe. sono dunque un radical chic?

-beh, caro alessandro, vedi. ormai ci conosciamo da tanti anni, troppi, e non è la prima volta che te ne vieni con ste cose, che per l’amor di dio non sono barzellette. tu hai sbagliato a venire qui, perché non hai nessuna malattina che io posso curare. Dovresti farti vedere da un buon strizzacervelli o frequentare di meno queste piazze non-piazze che poi ti confondi le idee. però, con certezza ti posso dire che sei un radical-boster, che non so che cavolo voglia dire, ma se hai qualcosa di tutto allora la migliore medicina è essere tutto.

mo però vatti a prendere una birra e fammi fare il mio lavoro che non ho tempo da perdere.

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