Qualche spettacolo del Fringe Festival di Stoccolma

Tra gli spettacoli a cui ho assistito al Fringe festival di Stoccolma, Stoff, festival tra l’altro certificato eco sostenibile dall’organizzazione Keep Sweden Tidy, posso accennare  innanzitutto a L’eremita contemporaneo, della compagnia bolognese  Instabili vaganti.
L’attore, Nicola Pianzola, che si è occupato in precedenza di progetti teatrali con attori diversamente abili, ritorna in scena con un progetto altrettanto importante. L’eremita contemporaneo denuncia l’alienazione dell’operaio torturato e usurato senza pietà dal ritmo di produzione, ma ricorda anche gli operai morti sul lavoro. In quest’ultimo caso è l’Ilva di Taranto la principale assassina.
La sceneggiatura si basa particolarmente su dei testi della moglie di un operaio morto all’Ilva e su quelli di altri operai, alcuni dei quali definiti dei veri e propri “poeti operai”, come Luigi di Ruscio (Fermo, 1930 – Oslo, 2011).
La brutalizzazione è talmente totalizzante da rientrare perfino nell’unico momento di “pace” che dovrebbe essere assicurato ad ogni individuo: il sonno.
“Ho sognato che eravamo vivi, resuscitati, non più contaminati dalla sporca morte”.
Eppure anche momenti di temporaneo sollievo come questo vengono straziati da incubi invasi ed “esplosi” dall’assordante sirena della fabbrica.
L’alienazione da lavoro è detta soprattutto quando l’individuo non si riconosce più ed esclama incredulo: “questa qui non è la mia faccia!”. Tuttavia il ritmo di produzione, dato dai movimenti meccanici delle stesse braccia e gambe dell’operaio, continua a scandire il tempo della rievocazione.

Altro tema scottante, ma questa volta rappresentato in modo goliardico, è quello del rifugiato ambientale, interpretato dall’attore indiano Rupesh Tillu in Ragulabuggla – A tale about an environmental refugee.
Mauri ci ricorda che oggigiorno ci sono 25 milioni di rifugiati ambientali e che nel 2050 diventeranno 250 milioni. In particolare, poi, il tema dei rifiuti ci riguarda davvero tutti in prima persona. Prima di essere costretto a lasciare la sua isola di nome Ragulabuggla, quest’uomo si occupava, infatti, di sotterrare elettrodomestici e rifiuti non biodegradabili.  Pur non essendo consapevole di cosa stesse facendo, continuava ad eseguire quel lavoro meschino al fine di comprarsi un’automobile. Sennonché un giorno l’isola stessa si inabissa ed è costretto quindi ad emigrare. Essendo così il suo luogo di provenienza diventato inesistente, Mauri non viene accettato dall’amministrazione del Paese in cui approda. In un primo momento riesce a scappare, ma proprio quando s’illude di essere sfuggito alle autorità e di poter iniziare una nuova vita, viene arrestato e finisce in carcere, a conversare con gli oggetti della cella.

The Race Called Life dell’attrice danese Tora Balslev, contesta invece la logica delle economie di mercato a cui sono troppo spesso sottoposte le decisioni dei singoli individui.
L’inizio di questo spettacolo è scandito dalla voce incalzante di un cronista che commenta, passo dopo passo, la corsa della protagonista. Il tono entusiasmante nell’annunciare l’iscrizione della ragazza alla Business School di Copenhagen, diventa improvvisamente un brontolio deluso nel constatare la scelta della studentessa di seguire invece la sua inclinazione artistica e d’intraprendere la strada del teatro. Subito dopo questa sua scelta, la ragazza è annunciata “fuori gioco”. Cercherà poi inutilmente di proporre le sue capacità teatrali per lavorare nel campo della pubblicità.
Oltre alla corsa al successo, Tora Balslev denuncia anche il potere delle multinazionali, coinvolgendo il pubblico a cantare una canzone di ammonimento ricevuta da esse. Questa è la prima strofa:
“So you feel strange about Nike’s child labour?
Because of something that you just heard from your neighbour
well let’s say it’s true – what can one do?
You should focus on your physical appearance
and get a training programme tuned to your coherence
We recommend that you – change your diet too.”

Love for the Dead Bag di Paul Henry (Scozia), è presentato come “un rituale di musica e di performance butoh”.
Nel foglio di presentazione – o di avvertenze – distribuito prima dell’inizio della sua performance, Paul Henry spiega che: “This piece was born from a feeling of/ physical helplessness/ and animal pain. // Strange that materialism / leaves no room for worship of the body: / a material thing, at least in part.”  (Quest’opera è nata da una sensazione di / impotenza fisica / e di dolore animale. // Strano che il materialismo / non lasci spazio al culto del corpo: / una cosa dopotutto materiale, almeno in parte).
Allorché, calmato da ogni movimento convulsivo, l’attore si trova davanti al microfono, inizia a farfugliare frasi insensate, nell’intenzione di mettere in discussione il valore dei discorsi e del senso delle parole: “A speech… it feels like repenting myself all the time… I’m not sure I believe in meaning”. Il seguito delle sue parole è reso poi incomprensibile oltretutto dagli echi della sua stessa voce.
Infine il suo corpo, integralmente nudo, soggiace al comando di due parole: “uno” gli permette il movimento, mentre “nessuno” lo immobilizza disteso al suolo, come se la vita e la non vita fossero ordinate dalle parole.

Il Fringe Festival di Stoccolma ha ospitato anche una serie di seminari e dibattiti, tra cui uno di particolare interesse riguardante il futuro professionale per gli studenti delle accademie d’arte, di teatro, danza, musica e di scienze delle comunicazioni. Ebbene, le partecipanti, Yolanda Alonso Bothén, Stina Oscarson, Ingegärd Waaranperä e Philippa Wallér,  hanno smentito ogni eventuale nostra supposizione che in Svezia, a differenza dell’Italia, il lavoro in ambito culturale sia florido. Al contrario, la situazione lavorativa in ambito culturale è più critica di quanto si potrebbe immaginare. Lo stato svedese aveva perfino proposto di limitare il numero degli studenti nelle scuole a indirizzo umanistico viste le carenze di sbocchi lavorativi in questo settore. Al che, una risposta delle presenti è stata: “Allora, per garantire importanza ai lavori culturali, bisogna diventare politici?”

Stoff ha inoltre accordato spazio alle “invenzioni” – o quanto meno alle trovate originali – come il progetto Realruns avente come obiettivo quello di  registrare delle opere d’arte, come via scanner, per permettere agli utenti di osservarle poi in fattezze tridimensionali da qualsiasi angolazione. L’ideatore, Caspar Forsberg, offre la possibilità a chiunque di registrare gratuitamente la propria opera d’arte, o istallazione, attraverso un processo (che richiede 80 fotografie) spiegato alla sua pagina web.

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Articolo e foto dello slideshow (“Vit gestalt” e “Trafika”) di Stefania Iannella

Per ulteriori informazioni sul Festival rimando a un mio articolo pubblicato su Drammaturgia.

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