I piedi del viandante – Poesie di Tullia Bartolini

Un libbricino breve, agile, quest’ultimo di Tullia Bartolini. ‘I piedi del viandante’, silloge poetica edita dalla Giovane Holden, segue un percorso che è soprattutto un viatico: non a caso, l’esergo iniziale è rappresentato dalle parole che il dio Indra rivolge al giovane Rohita, affinchè la sua vita possa essere un viaggio e un percorso.
La Bartolini dedica il testo a ‘quelli che sanno andarsene’. Non nel senso di una fuga ‘da’, bensì  nel segno del saper lasciar andare ciò che non nutre più e che non si può più benedire.
Sono poesie dedicate a luoghi (che sono città o strade) e vogliono indicare le tappe di un percorso esistenziale. Ogni incontro è un addio, una preparazione al distacco, un segno.
‘I luoghi che ci portano via
hanno sempre un nome e una faccia
sono l’idea leggera di un paradiso da toccare e da quale ritornare
poichè sempre si ritorna – a capo chino, cappello nella mano e tante scuse
e saluti da lontano ‘.
Al di fuori del cammino non c’è felicità: solo chi si muove offre al destino possibilità sempre nuove.
In queste breve poesie c’è una trafila di ritratti che sono soprattutto specchi, ricordi, chiusure del cerchio. Di azioni che potrebbero indicare la liberazione da un ego che non aiuta ad evolvere: ‘Se stessi/ perfino/ guardarsi come in ombra’, scrive la Bartolini.
In ‘Roma’, l’autrice di ‘Eunuco femmina’, Germaine Greer, incontra l’altro da sè, Federico Fellini; in ‘Venice’ c’è il rimpianto e il gesto che resta sospeso. E poi Bruxelles, Venezia, le pesature dei cuori lungo le sponde del Nilo.
Ogni viaggio, forse, non è che un allenamento per l’ultimo passaggio da affrontare; tanto vale, allora, fare del nostro cammino un paradiso, affidargli il senso del qui-e-ora, non certo sotto l’egida della quotidianità che tutto impoversice e logora.
E non sarà poi un caso che l’ultima poesia di questa piccola silloge si intitoli ‘La via di casa’.
Si tratta, qui, di un’ultima strada, quella che non passa dinanzi alla casa di nessun altro che non sia noi stessi: un’ultima possibilità per incontrare l’altro nella propria storia e nella propria carne.

A.P.

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