Intervista al regista del corto “Papà”

Intervista a Emanuele Palamara di Stefania Iannella

Emanuele Palamara

Abbiamo aspettato un anno prima di pubblicare quest’intervista, realizzata in seguito al Cort’Ap del 1° dicembre 2011, per non svelare la trama del corto che nel frattempo ha partecipato a 70 festival (per citarne alcuni: Arcipelago, Cinefort, Napoli Film Festival, Overlook e Sedicicorto).

–  Innanzitutto complimenti per il finale a sorpresa. È bastato un solo istante per invertire i ruoli: lo squilibrato non è più l’indigente, ma l’insospettabile protagonista.

Sì. Il rischio che qualcuno potesse affezionarsi alla favola del giovane ricco e solo che ritrova il padre e rimanere male alla fine era alto. Ho cercato, quindi, di seminare lungo il percorso la follia del Dottor Rocca.

– A questo punto sembrerebbe messa in discussione – e ribaltata – la tendenza ad attribuire più credibilità a persone in giacca e cravatta rispetto a chi per la società “non conta niente”. Il senza tetto sin dall’inizio aveva dato del pazzo, dell’assassino e del perverso all’imprenditore della multinazionale, ma è stato come se anche le sue parole non contassero niente. Chi ha dubitato dell’imprenditore? Chi ha creduto al mendicante?

Infatti c’è una battuta del barbone che racchiude il senso di questa tua affermazione, mentre chiede aiuto dalla macchina del Dottor Rocca (una macchina lussuosa). Qualcuno che dall’esterno lo sta osservando: ride. A quel punto il barbone dice: ”Io sto gridando aiuto e quello ride … volevo vedere se questa era una Fiat uno”.

Si potrebbe interpretare il bisogno del protagonista di trovare un padre nei senzatetto, come il sintomo di un latente rifiuto di tanta ricchezza e della ricerca dell’opposto?

 Più che barboni sono personaggi assurdi ed estremi. Persone facilmente circuibili.

A proposito di ricchezza e povertà, mi è sembrato che il bisognoso, durante la cena, iniziasse ad assecondare il presunto “figlio” per puro opportunismo. O forse gli inizia davvero a credere?

È lì il gioco. Chi crede alla storiella del padre ritrovato pensa che il barbone stia recuperando la memoria. Chi invece ha sospettato fin dall’inizio che il dottore stesse nascondendo qualcosa si diverte grazie all’opportunismo del barbone.

L’album fotografico contiene soltanto le foto che si vedono nei titoli di coda, o qualcos’altro di molto più inquietante? L’imprenditore è soltanto un tipo strambo o un vero e proprio serial killer? 

 Soltanto le foto che vediamo. L’album deve essere riempito. Ho preferito lasciare il finale aperto e non dichiarare chi fosse Rocca e cosa ne facesse dei papà. Mi interessa solo che il dubbio del barbone – ovvero:  dove vanno a finire tutti quegli uomini?- che suscita in lui quel sentimento di terrore e che lo spinge a scappar via, sia lo stesso dello spettatore.

– Vado/vedo troppo lontano se interpreto questo corto anche come un attacco alla società, che emargina da essa “pazzi” e “barboni”, soli e sconsolati perfino nel giorno di Natale?

Torna indietro Stefania! Non vorrei risultare troppo presuntuoso cercando di analizzare la nostra società, ma sono contento se il corto suscita dubbi e riflessioni di questo genere.

– Ammetterai almeno che ad accomunarli è la solitudine… Credi che anch’essa possa essere la causa dei “miraggi” di cui è preda il protagonista?

 Assolutamente sì. Ogni follia, a mio avviso, ha una sua logica interna e scaturisce da qualcosa. La solitudine potrebbe essere una delle cause che spingono Rocca a trovare papà ovunque.

– Com’è nata l’idea di questo cortometraggio?

L’idea è nata per caso: ero in macchina con l’altro sceneggiatore, fermi al semaforo. Un barbone si chinò a pulire i fari e Pietro mi chiese: “immagini se si ferma uno ricco e lo chiama ‘papà’?”. Corremmo a casa per scrivere la sceneggiatura.

– Attribuisci qualche significato in particolare alla parola “fusione” su cui sosta la telecamera all’inizio del corto?

Sì. Rocca si trova ad affrontare un momento particolare anche dal punto di vista lavorativo. Ho cercato di dare questo messaggio grazie alla scena iniziale in ufficio, ma mi piaceva che il termine “fusione” racchiudesse un senso più ampio.

Per finire, una piccola curiosità: come mai, invece del panettone, il protagonista sceglie di festeggiare il Natale proprio con una torta con le candeline?

Mi piaceva. E poi odio i cliché.

Regia: Emanuele Palamara
Sceneggiatura: Pietro Albino di Pasquale,  Emanuele Palamara
Fotografia: Gianni Chiarini
Montaggio: Donatella Ruggiero
Interpreti principali: Luciano Scarpa, Remo Remotti, Simonetta Solder
Musica: Enrico Melozzi
Suono: Maricetta Lombardo
Produzione e distribuzione: Ascent Film
Origine: Italia, 2011
Durata: 10′

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