Apice vecchio: perché paese fantasma?

Intervista sulla cosiddetta “seconda Pompei”

Nel centro storico di Apice (BN) è stato chiuso un mese fa anche l’ufficio postale. Questa è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso per molti apicesi a cui era rimasto soltanto quel punto a dare l’illusione che qualcosa del loro paese di un tempo funzionasse ancora. Erano rimasti lì davanti, interdetti, arrabbiati e amareggiati.
Queste persone, che ricordavano con nostalgia tanto la vita nel loro paese, quanto anche il sindaco Luigi Bocchino (1921-2007), in carica dal 1956 e che fino all’ultimo ha cercato di non lasciare che Apice vecchio diventasse un paese fantasma, non desideravano altro che il loro malcontento fosse ascoltato da qualcuno, di poter smuovere le acque contro questa situazione di degrado.

Sentiamo allora dai due architetti che si sono occupati per oltre vent’anni dei lavori per il recupero del paese, Gennaro Giangregorio e suo figlio Vittorio, cosa è successo, perché i lavori sono stati bloccati e quando si riavvieranno.

– Innanzitutto quando e come mai questo paese è stato abbandonato?

VG: Quella di Apice è una situazione anomala. Sita sul crinale di una collina, non era più in grado di espandersi. Il Ministero dei lavori pubblici aveva da tempo pensato all’espansione e al trasferimento in un altro sito.

GG: Già nel 1930, a seguito di un terremoto, si ipotizzò di spostare il paese, realizzando anche le prime case nella località S. Donato, ma la gente non accettò l’idea di lasciare le proprie case.
Nel 1962 a causa di un altro terremoto, congiuntamente al dissesto idrogeologico del paese, il Ministro dei lavori pubblici decretò il trasferimento dell’abitato.
Fu poi a seguito del terremoto del 1980 che la gente si impaurì e decise di trasferirsi in massa al nuovo sito di 150-160 ettari (dieci volte più grande del vecchio paese), individuato da una commissione presieduta dal geologo Felice Ippolito (1915-1997).
Ciò  fu possibile anche grazie al contributo adeguato al nucleo familiare. In pratica, oltre a parte dei soldi necessari alla costruzione della nuova abitazione, ad ogni famiglia era stato concesso, nel nuovo paese, un terreno sufficiente a realizzare un’abitazione di minimo 18 mq a persona, per il numero dei membri del nucleo familiare. In più lo spazio macchina e la superficie non residenziale.
In cambio, le vecchie case e l’area di sedime dovevano diventare, o sono diventate, proprietà del Comune.

– Tutte?

GG: Credo che grossomodo l’80 o il 90% delle vecchie case appartenga già al Comune. Comunque i proprietari originari difficilmente accetteranno che le loro case vengano alienate ad altri in cambio di un non definito ruolo che potrebbe avere il vecchio centro.

– Quando sono iniziati i lavori di ristrutturazione?

GG: La fase preparatoria è iniziata verso il 1985/1990, ma alcuni lavori sono iniziati dopo il 1995, perché la priorità era di costruire il nuovo paese.

– Che ne è stato nel frattempo delle case nel vecchio paese?

GG: Il paese abbandonato è stato man mano saccheggiato di tutto: i ladri iniziarono col rubare i mobili e finirono per portare via portali, pavimenti, scale di marmo, archi, ecc.
Con la presenza dei cantieri il fenomeno era ridotto, perché comunque vi era una presenza umana per buona parte del giorno.

– Ed ora si è  aggiunto anche il tocco di grazia della chiusura dell’ufficio postale…

VG: La chiusura dell’ufficio postale è totalmente all’opposto della visione dei cittadini, della popolazione rurale e dell’ex sindaco Luigi Bocchino che ha seguito direttamente la vicenda della ricostruzione. Lui non ha mai richiesto il contributo per ricostruire la sua casa. Si è adoperato per Apice nuovo, senza mai dimenticare il vecchio centro: lo teneva in vita in prima persona, ritrovandosi anche l’ultimo abitante del paese.

– Quest’integerrimo “primo cittadino”, diventato di fatto l’ultimo cittadino di Apice Vecchio, è infatti ricordato molto caramente dagli apicesi. Una delle persone che ho incontrato ha menzionato con enfasi una frase del sindaco Luigi Bocchino: “Morto io, qua muore tutto il paese”. Possiamo approfondire un po’ il significato di tale affermazione?

GG: Durante i suoi ultimi anni di vita, Luigi Bocchino fu l’ultimo abitante del paese, che tenne in vita grazie al Municipio. In questo modo, oltre alle persone che vi lavoravano, vi erano anche alcuni negozi (bar, tabaccai, barbieri, ecc) che erano aperti in funzione di chi vi lavorava e degli utenti del municipio. Era il primo ad arrivare al Comune e l’ultimo ad uscirne. In pratica stava lì dalle 7-7:30 di mattina fino alle 22-22:30 di sera, senza aver mai percepito uno stipendio o un gettone di presenza. Ha sempre rifiutato di essere pagato per l’incarico di sindaco, grazie anche alla sua precedente  carriera di ispettore ministeriale della pubblica istruzione.
Prima della sua morte è stato trasferito il municipio nel paese nuovo. La chiusura del municipio di Apice vecchio ha sancito allo stesso tempo la chiusura di tutto in Apice vecchio e sono rimasti due barbieri, un bar e l’ufficio postale a servizio di tutto l’entroterra di Apice.

– E relativamente ai lavori?

VG: Il sindaco Bocchino con molti sforzi acquisì il Castello Normanno, che era proprietà di un privato, per ristrutturarlo grazie ad un primo finanziamento ottenuto con la legge 64/86 e poi con i fondi FERS. Il programma integrato di riqualificazione che fu finanziato prevedeva di recuperare parte del centro storico coinvolgendo anche i cittadini (ad es. per l’apertura di attività commerciali con prodotti tipici o attività di artigianato).
La prima tappa era di recuperare il castello e poi via via le costruzioni intorno ad esso.
Per gli immobili adiacenti al castello fu ottenuto un contributo di due miliardi di lire.
Un altro contributo il sindaco l’ottenne nel 2007 (anno della sua morte), per l’obiettivo operativo 1.7 “edifici sicuri” era di quattro milioni e mezzo di euro.
La Provincia inoltre ha stanziato un milione di euro per la ristrutturazione delle strade principali e di alcuni edifici e c’erano in ballo anche altri sei milioni di euro per il proseguimento successivo di ulteriori lavori.
Si prevedeva di creare un nuovo sviluppo economico realizzando poli attrattivi, musei, sale convegni e convenzioni con università per scuole di specializzazione della vicina facoltà di ingegneria di Benevento.

Luigi Bocchino, sindaco di Apice dal 1956 al 2004, per la legge dei tre mandati è morto da vice sindaco, anche se la sua presenza nell’Amministrazione si percepiva ugualmente. Ha seguito le pratiche di Apice vecchio in ospedale fino al suo ultimo giorno di vita: è morto la sera del 7 settembre 2007 ed aveva ricevuto informazioni dei lavori fino al pomeriggio.

– Com’è cambiata la situazione dopo la sua morte?

VG: Il sindaco Raffaele Giardiello è rimasto in carica per oltre un anno e mezzo. Poi ha vinto una lista civica. Contemporaneamente è cambiata la Giunta anche alla Regione, che ha ristretto il campo dei finanziamenti. Hanno tentato di arginare i debiti esistenti, ma la stessa Regione ha tolto i finanziamenti ai primi ritardi del Comune.

La Giunta attuale ha tagliato i rapporti con tutti, interrompendo gli incarichi, determinando anche l’interruzione di finanziamenti e dei lavori del Castello il cui finanziamento era in corso.
Hanno rimesso in discussone tutto il programma del sindaco Bocchino: sia le sue idee progettuali di sviluppo, sia le persone che erano in campo.
Si sono avvalsi del solo ufficio tecnico con consulenti esterni nominati di volta in volta, determinando di fatto il blocco di tutte le attività. Hanno perso un grosso finanziamento già concesso per problemi burocratici.

– Qual è la situazione attuale?

VG: I lavori sono fermi da oltre due anni. La nuova Amministrazione spera di porre in essere un “project financing” per il vecchio centro. In pratica questa “finanza di progetto” consiste nell’affidare il paese ad una società o a privati per un periodo definito (possono essere 30 anni) durante il quale si occuperà di ristrutturarlo e di gestirlo per poi restituirlo al Comune, una volta che l’investimento sarà stato ripagato dalla gestione.
Un “project financing” di questo tipo, considerata l’estensione del Centro, prevede almeno 200/300 milioni di euro di investimento.

GG: È normale che il privato, investendo una somma così cospicua, vorrà trarne il massimo profitto. Come avviene per ogni business.

– Quindi che ne pensate del “project financing”?

VG: Il problema è che al momento non si hanno garanzie per il paese. Il progetto – che il privato certamente proporrà in base al suo guadagno – non è nell’ottica del bene del paese, né si conoscono le ricadute che avrà sul territorio.
Ammesso, per ipotesi, che decida di costruire un call center o un centro commerciale: a cosa servirà una volta terminato il progetto, se non si hanno previsioni di sviluppo in tale direzione? Chi assicurerà il rischio? Chi dovrà pagare l’investimento se non ci saranno i rientri economici previsti?

GG: Inoltre il “project financing” richiede una procedura che dura diverso tempo (per i tempi di gara, la ricerca dei mezzi economici, ecc). Se non si interviene con speditezza, si rischia di vanificare tutto ciò che è stato fatto finora. La vita di un paese non può fermarsi con ogni nuova amministrazione, ma dovrebbe seguire delle direttive irrevocabili. Ci vorrebbe una continuità amministrativa, come quella del sindaco Luigi Bocchino, finalizzata a far rimanere il paese di proprietà pubblica con destinazione di servizi, siano pure essi privati, ma con garanzie. Cioè, si può benissimo pensare ad una società mista pubblico/privato.

– Non potrebbero almeno la chiesa e il convento essere presi in carico dal Vaticano?

VG: Il Vaticano e la curia nel caso di specie non prendono in carico i beni che rimangono sempre nella disponibilità del vescovo o del parroco.
Anche questo si è tentato, ma per la verità tali enti vogliono i beni già ristrutturati per poi destinarli a qualche attività o comunità religiosa. Ma chi li ristruttura?

– Ho notato che ci sono alcune case, dall’altro lato del paese vecchio, come in via Mameli, occupate da extra comunitari. Potrebbe questo essere rischioso per la loro stessa incolumità?

GG: Certamente le case andrebbero ristrutturate e quelle sono anche più facili da recuperare, ma mi sembra siano tutto sommato agibili.  Non vi sono certo pericoli imminenti.

– E le case dei dintorni del castello in che stato sono?

GG: Molte unità abitative sono state recuperate e molte sono ancora recuperabili, da recuperare o in corso di recupero.

– Non sarebbe giusto far ritornare ad abitarci i proprietari?

GG: Credo che difficilmente torneranno. L’alloggio tipo ad Apice vecchio era di 45-50 metri quadrati, mentre ad Apice nuovo ogni famiglia ha in media 200 metri quadrati, con  tutti i confort moderni e il garage.

– Eppure le persone che ho incontrato parlavano delle loro vecchie case con le lacrime agli occhi…

GG: Li capisco. Mio padre – anche lui apicese – pur abitando con noi a Benevento, ogni giorno si faceva accompagnare al bar di Apice vecchio e restava lì con i suoi amici tutta la giornata. Il bar del paese era l’unico punto di ritrovo allora ancora in vita e che ha legato gli ultimi nostalgici di Apice.

– Quindi quale potrebbe essere il futuro auspicabile per Apice vecchio?

GG: Le case le immagino adibite a residenze non stanziali per studenti, turisti, persone che abitandoci temporaneamente si accontentano anche di non avere tutti i confort.

Il castello è un polo culturale che col piano regolatore del 1983 avevamo proposto diventasse un centro sismologico o un dipartimento di Scienze della Terra. Vi sono cioè attività di studio, di ricerca di servizi e culturali, oltre che commerciali, che potrebbero trovare posto tranquillamente all’interno del centro dopo una sua prima ristrutturazione. Poi si può  pensare ad altri temi di sviluppo, ma sempre con la regia del Comune e la partecipazione attiva degli apicesi.

Intervista e foto di Stefania Iannella

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