Il grillismo per canalizzare il dissenso dei movimenti sui binari morti della politica?

Le consultazioni elettorali di febbraio 2013 a due velocità: una sfida basata sul leaderismo e una sul piano ideologico e democratico.

La disillusione dell’artista e dei grillini.

di Alessio Masone

parlamento italianoNel pugilato, per consentire sfide credibili e proporzionate, gli sfidanti, per scontrarsi, devono rientrare nella stessa categoria. Probabilmente, questa precauzione diventerà necessaria anche nelle consultazioni elettorali.
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La data del 24 febbraio 2013, infatti, sarà ricordata per le consultazioni elettorali in cui si scontravano due categorie di coalizioni: una è quella rappresentata da leader carismatici che mettevano in secondo ordine le ragioni identitarie e democratiche dei partiti. Stiamo parlando della sfida tra Berlusconi, Grillo, Monti e Ingroia: qui, i voti sono direttamente proporzionati alla capacità massmediatica del candidato premier. Una sorta di guerra tra prodotti da supermercato che vede vincente chi occupa più spazi nell’immaginario del consumatore. Ognuno è convinto di scegliere tra gli scaffali con il massimo del libero arbitrio, ma poi le cifre reali delle vendite sconfessano tutti dimostrando che esiste una corrispondenza diretta fra l’investimento pubblicitario e la quantità venduta del prodotto.
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La seconda categoria, partecipante alla sfida del 24 febbraio, mancante di leader carismatici, lascia visibili le ragioni identitarie e democratiche dei partiti. Questa sfida, quella democratica, è stata nettamente vinta dalla coalizione PD e SEL. Ormai i partiti, impreparati nel proporre una visione per affrontare le nuove emergenze, sono portatori di fievoli ideologie, ma queste comunque agevolano, anche se in minima parte, un cittadino che, approcciandosi al voto tramite i contenuti, si esercita a una presa di posizione nel mondo. Al contrario, chi sceglie di votare il leader carismatico e massmediatico delega la sua posizione, rinunciando definitivamente a soggettivare il mondo con il proprio contributo di scelta.
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Non a caso, i partiti come UDC, FLI, Italia dei valori e PRC che, a differenza del PD, hanno scelto la sfida leaderistica e populista, quella che agevola il massimo della delega, schierandosi sotto i simboli carismatici di Monti e di Ingroia, hanno recepito voti non in proporzione alle identità dei partiti ma in base alla capacità mediatica dei loro candidati premier che, in confronto a quella di Berlusconi e Grillo, è risultata minima.
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Se analizziamo il voto elettorale in base all’attitudine alla delega dell’elettore, dobbiamo ritenere quindi che il grillismo non è una rivoluzione ma un’involuzione che agevola la cittadinanza non delegata. Se la politica dei partiti è in agonia, il leaderismo ne è un parassita che si nutre del malessere della democrazia rappresentativa, senza metterla realmente in discussione.
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La primavera araba ci insegna che non è sufficiente cambiare il governante se non è cambiata la popolazione nel suo sentire comune: la classe dirigente non è solo quella modificabile con il voto. I funzionari pubblici, i docenti universitari, i giornalisti, gli intellettuali, gli artisti, gli imprenditori e gli stessi esponenti della politica, nel quotidiano, sono cittadini, consumatori, fruitori: se, smettendo di delegare, noi cittadini cambiamo negli stili di vita e nel sentire comune, cambia naturalmente anche la classe dirigente.
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Inutile, infatti, risulta il successo dei grillini. Non vogliono andare al governo per non perdere la loro forza rivoluzionaria basata sull’antipolitica, ma essendo determinanti alla composizione numerica di un governo, si troveranno di fronte alla disillusione dell’artista. Ogni artista vuole combattere il sistema, ma se, per ventura, ha successo, grazie alla notorietà acquisita, diventa automaticamente organico al sistema: una trappola senza via di uscita.
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Ogni volta che la società civile, singolo membro o movimento collettivo, fa il salto dalla democrazia in prima persona alla democrazia rappresentativa, automaticamente va verso la disillusione perché, ormai forza politica, dovrà parlare il linguaggio dell’esclusione, prendendo il posto di un altro politico per decidere sull’esistente, mentre, quando era energia volontaria fuori dalle istituzioni, utilizzava il linguaggio non violento dell’inclusione, aggiungendo all’esistente la sua attività complementare a quella degli altri attivisti.
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Per essere coerenti, i grillini avrebbero dovuto restare un movimento extraparlamentare: ora che entrano in parlamento, probabilmente si troveranno coinvolti in meccanismi che li porteranno in pochi mesi alla divisione o allo scioglimento. Il loro leader, se non riuscirà più a gestire centinaia di parlamentari, da lui creati dal nulla, ma poi sedotti dal potere e corteggiati da altri partiti alla ricerca di numeri utili a costruire una maggioranza, avrà orrore di quello che lui stesso ha generato. Se, invece, per uscire dal tunnel dell’ingovernabilità, si tornerà alle urne, i grillini non saranno più credibili per gli italiani che vogliono evitare il voto inutile.
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Un giorno, dovremo ammettere che il grillismo è un fiume in piena che è servito a canalizzare il dissenso dei movimenti sui binari morti della politica.
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Seguono le considerazioni che, a ridosso delle elezioni siciliane di ottobre 2012, scrissi sul rapporto tra società civile e mondo politico.
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Dopo la primavera araba, l’autunno siciliano?
Il successo elettorale dei grillini è l’espressione di una popolazione che persevera nel delegare il cambiamento?
di Alessio Masone – 4 novembre 2012
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Dal punto di vista dell’impegno pubblico
Se volessimo individuare una distinzione fra mondo politico e società civile, in base a quello che si mette a disposizione della collettività,gli uomini politici tendono a proporre le loro capacità decisionali sulla cosa pubblica esistente. Gli esponenti della società civile tendono a realizzare, in piccolo ma in prima persona, quello che ancora non esiste nella cosa pubblica.
L’uomo politico, proponendosi per decidere sull’esistente, usa il linguaggio dell’esclusione perché, nei luoghi delle decisioni, intende prendere il posto di un altro uomo politico.
L’esponente della società civile, in un contesto meno canonico e più creativo, all’esistente aggiunge la sua attività che, insieme a quella di altri attivisti, si somma con complementarietà e inclusione, aggiungendo nuovo valore alla comunità territoriale. Se esistesse un metro capace di misurare, oltre al PIL, anche il “valore aggiunto volontaristicamente” dalla società civile (VAV?), avremmo uno strumento per orientarci verso una reale creatività collettiva.
Da questo punto di vista, sembrerebbe che i grillini siano identici a quegli stessi uomini politici che vogliono sostituire, escludendoli: intendono semplicemente entrare nelle istituzioni per decidere sull’esistente della cosa pubblica. Le decisioni dei grillini sarebbero migliori solo perché loro sarebbero più puri degli altri? In questo metodo, a prescindere dalle buone intenzioni, si scorge la violenza della sopraffazione, della competizione, della corsa alla gestione del potere decisionale.
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Dal punto di vista dell’elettore
Chi vota i grillini, prevalentemente, confina il suo impegno civile semplicemente nel delegarlo ai rappresentanti di un carismatico personaggio massmediatico.
Ma possiamo affermare, analogamente, che chi vota PDL, prevalentemente, confina il suo impegno civile semplicemente nel delegarlo ai rappresentanti di un carismatico personaggio massmediatico.
Se la classe politica è espressione di una popolazione, nonostante la sostituzione formale dei soggetti politici, quella classe dirigente, nei fatti, resta identica, visto che la popolazione, nel sentire quotidiano, non è cambiata. L’attuale crisi potrebbe costituire l’opportunità per una popolazione che realizza in prima persona una risposta risolutiva che, naturalmente, porta con sé una coesione sociale e un benessere diffuso che oggi mancano. Invece, per ora, molti, per non farsi carico del cambiamento, continuano a delegare, pretendendo di sostituire semplicemente la classe politica.
Qualcuno affermava che facebook è utile anche al mondo occidentale, visto che aveva reso possibile la Primavera araba.
Ebbene, facebook è utile per creare un movimento di opinione contro le dittature novecentesche, quelle identificabili in una o poche persone, ma non per contrastare le egemonie di potere diffuso che allignano nelle democrazie del XXI secolo, come quelle degli stati occidentali.
Infatti, quei paesi arabi, che si sono liberati dei dittatori, non hanno risolto i loro problemi, come si erano illusi, perché la democrazia di un popolo non matura da un giorno all’altro.
Non basta eliminare il sintomo di un malessere, se non si lavora sulla causa di quel malessere che risiede diffusamente nella popolazione. Pensare di risolvere individuando nei politici i responsabili esclusivi significa cercare capri espiatori per non mettere in discussione il sistema.
Non basta sostituire un esponente politico con un altro, ma è necessaria una nuova consapevolezza che si diffonda nella popolazione: fin quando i cittadini continueranno a delegare le responsabilità ai vecchi politici e il cambiamento ai nuovi politici, una nazione resterà identica nei suoi ingranaggi, sempre mancanti di una coesione sociale e di una cittadinanza non delegata.
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Dalla democrazia rappresentativa alla democrazia diffusa
Sfugge agli analisti politici la considerazione che, ormai esenti da dittature formali, dobbiamo ammettere il fallimento della democrazia rappresentativa la quale, basandosi sul paradigma maggioritario, esclude le minoranze, disperde la coesione sociale e promuove la delega.
Quando vedremo un’assemblea condominiale o un comitato di quartiere (enti determinati con metodo maggioritario) capaci di decidere secondo contenuti e inclusione, e non secondo giustizia formale, allora potremmo ritenere che esista una speranza per una sana democrazia rappresentativa anche in un’assemblea comunale, regionale o parlamentare.
Sfugge agli analisti anche che la classe dirigente non è costituita solo dai politici, che si possono eliminare con il voto elettorale: la classe che dirige i processi sociali ed economici di un paese, che è corresponsabile della crisi economica e sociale, è costituita anche da funzionari statali, sindacalisti, imprenditori, giornalisti, docenti universitari, intellettuali e artisti.
Il cambiamento può avvenire solo dal basso, quando il cittadino, senza delegare responsabilità e cambiamento ad altri, si mette in discussione, realizzando una gestione responsabile delle emozioni quotidiane (stili di vita responsabili capaci di inclusione e di cittadinanza non delegata).

Visto che gli esponenti della classe dirigente politica, amministrativa, imprenditoriale e intellettuale, nella vita di tutti i giorni, sono in mezzo a noi (quando comprano, mangiano, viaggiano, leggono, si innamorano, frequentano amici…), se noi cittadini cambiamo, tramite il quotidiano, il cambiamento arriverà diffusamente nella classe dirigente che, a quel punto, sarà matura per promuovere un nuovo modello culturale e di sviluppo.

https://artempori.wordpress.com/2012/11/04/dopo-la-primavera-araba-lautunno-siciliano-i-grillini-per-continuare-a-delegare/

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