La Rosa e la Fragola – Benevento cinquecentesca nel racconto di Michele Porcaro

rocca-rettori-caporaso-alessandro“Una città non può essere separata in due, ma è compito di chi governa tenerla unita, in pace e prospera”. Lucrezia fissò i suoi begli occhi verso il folto gruppo di gentiluomini in ricche vesti che attorniavano una figura alta, con capelli e barba lunghi, ben curati, brizzolati. Le candele illuminavano a giorno il salone della casa del nobile Ottavio Mascambruni. Il giovane gentiluomo posò il suo sguardo dalla sua amante al rettore di Benevento, Andreone degli Artusini da Ravenna. L’uomo continuò a ragionare: “Le fazioni in una città servono, sono utili per darle vita, farle andare avanti nell’amministrazione dello stato. Al tempo stesso sono un brutale pericolo quando sfociano in lotte e congiure. Voi lo vedete, signori miei, cosa è successo, cosa ho dovuto fare per riportare la pace. La città è un’isola nel Reame di Napoli, oggetto di fughe continue di delinquenti, che ora sfuggono alla giustizia del regno, ora a quella della città pontificia. I caporioni che vogliono sempre rivolgimenti cosa facevano fino a pochi giorni fa? Tramavano per togliere la libertà che il Santo Padre garantisce da secoli, per asservirvi a una dinastia decadente e suddita del Santo Padre! Passare dalla libertà che garantisce la Chiesa alla servitù del Reame di Napoli e dei suoi monarchi aragonesi di Spagna”.

Tutti ascoltavano annuendo tra i riflessi delle candele. Ori e broccati sembravano acquisire uno strano colore in quel momento. Lucrezia si appoggiò a un tavolo, sentendosi la testa girare. Un braccio le avvolse delicatamente la vita, quasi per sostenerla. Aprì gli occhi, incontrando quelli vivaci e neri di Ottavio.

“La politica ti inacidisce il vino, a quanto noto”, le sussurrò con un sorriso.

“Temo di sì, Ottavio”.

“Tra poco il signore Andreone la farà finita e io dirò ai musicisti di suonare qualche madrigale che ti piace”.

“Spero che la finisca presto con questa geremiade, sa affossare la grazia di un banchetto con le sue arie da solone e poi fa gli occhi languidi a questa o quella dama”.

“Davvero?”

“Non mi dire che non l’hai visto? Lo vedi come Maria degli Auttori,  civetta con lui e gli fa certi occhi languidi?”

“È promessa a Arrigo della Porta …”, sorrise lui.

“Oh, certo, ma né lei né il nostro rettore lo ricordano”.

“Che severo censore che sei, mia cara”.

“Tu, invece, credi che il rettore farà qualcosa di buono per la nostra comunità? La nostra città è arrivata all’eccesso, hanno bruciato una ragazza e un ragazzo, due innamorati, solo perché della fazione di sopra l’una e di basso l’altro!”

“È stata una brutta storia. No, il rettore sta agendo bene. Ha scoperto questa congiura di Sabariani e degli altri e lo ha messo in prigione e punito con la pena capitale i più violenti”.

“Il mio vino è aceto d’annata, caro Ottavio”, sorrise lei.

La sciolse dal suo abbraccio e batté le mani. “Dame e gentiluomini, vi prego, vi prego, diamoci ai piaceri e alle armonie della musica”. Con un gesto veloce i musicisti riempirono la sala della dolcezza di liuti e viole.

Ottavio aveva organizzato una splendida festa in onore del rettore di Benevento e aveva invitato le nobili famiglie della città quella sera di giugno inoltrato del 1511.

Entrò nella locanda affumicata, illuminata da candele di sego. In fondo alla sala, trafitto da uno spiedo, un maialino rosolava sulle fiamme del grande camino. Alla destra della grande sala, intorno a un tavolo, un gruppo di uomini si voltò verso l’avventore. La figura, intabarrata in un mantello, si avvicinò al tavolo. Con un gesto della mano lasciò cadere il cappuccio che gli copriva il volto, giovane, sporco di una prima barba, con i capelli castani arruffati e gli occhi neri decisi, quasi spiritati. “Salve, Angelo”, disse uno degli uomini, alto e con il viso smunto, mentre si spostava per fare posto al giovane. Il giovane afferrò una coppa di legno, mentre uno dei compagni gli versava dentro il vino di una caraffa. “Il cameriere del rettore si incontrerà stasera con la figlia del lavandaio, come al solito”. Più teste annuirono.

“Amici, dobbiamo essere decisi e rapidi. Hanno fatto già troppo male alla nostra fazione. Sono morti troppi e Ettore soffre ingiustamente la prigione per il suo amore per il popolo e la libertà”.

Gli occhi dei presenti erano fissi sul signore Della Vipera, un viso aggraziato con capelli brizzolato e occhi verdi. “Aspettiamo i primi rintocchi, quindi ci avvieremo verso la Rocca e con il favore della notte e di Dio ci vendicheremo”. Vide i visi dei suoi compagni assentire. Solo Angelo sembrava fremere, ma preferì tacere e seguire gli ordini del signore Della Vipera. Gli posò la mano sulla spalla, elargendogli un sorriso paterno. Il ragazzo aveva vissuto la morte violenta del padre, le tante traversie della famiglia e aveva trovato in Ettore Sabariani una guida. “Nessuno di noi perderà Sabariani, statene certi!”, ruggì Paolo Scantacerra, scrutando i suoi compagni uno ad uno, con occhi di fuoco e una capigliatura nera, arruffata come una chioma leonina.

Della Vipera annuì. Era necessario intervenire con forza e decisione. Da quando Benevento aveva ceduto se stessa al papato per salvarsi dai maledetti Normanni, le turbolenze politiche avevano sconvolto la città e le lotte di fazione avevano dato vita ad aspiranti signorotti e feroci capiparte. Avevano dato vita anche agli Statuti, che organizzavano la comunità e permettevano ai nobili, ai mercanti, agli artigiani e ai contadini di inviare dodici rappresentanti per ogni classe nel consiglio cittadino. Il gruppo dei nobili era il più compatto e il più pervicace a mantenere il potere e i rapporti con il papato, salvandosi dalle ingerenze dei baroni e dei re del Reame. La nobiltà beneventana aveva sempre difeso con gelosia questa sua libertà e il suo primato, macchinando il trucco di darsi a un padrone lontano, piuttosto che ad uno più vicino. Era stata vissuta come un’occasione dai baroni del Reame, che coglievano ogni circostanza per intervenire tramite emissari o direttamente negli affari della città, ora saccheggiando il suo territorio, ora acquistandone castelli e casali, ora nascondendo denari di imprese truffaldine e poco chiare. Inoltre per gli abitanti del Reame era un piccolo paradiso da sfruttare quando si doveva scappare dalla legge del re o dei baroni, trovando rifugio sicuro nelle mura della città. Questa fuga continua dava esca a continui fermenti. I fuoriusciti che sfruttavano il confugio si abbandonavano ad atti di banditismo e violenze, ma erano un ottimo aiuto per la parte popolare, contro i nobili, sia quelli della città, sia quelli di Roma, sia contro i brevi del Papa. Il popolo doveva trovare un modo per salvaguardare la sua libertà, dai nobili e da Roma. Così ora utilizzando i confugiati, ora alcuni baroni compiacenti dei feudi vicini, ora i re di Napoli, il popolo beneventano  riusciva a difendere la sua libertà. Questo spingeva alcuni a pensare che fosse meglio rinunciare a questa fatua libertà, tutta voluta dagli altezzosi nobili, e concedersi al Reame di Napoli, entrando a far parte di traffici e sicurezza maggiore. In fondo già Ladislao di Angiò – Durazzo e pochi anni prima Alfonso il Magnifico avevano occupato Benevento. Il papa Alessandro VI l’aveva resa un ducato per suo figlio Giovanni Borgia. Era un fragile giocattolo in mano agli altri. Intanto la città bruciava in lotte continue, tra due fazione, al di sopra e al di sotto della linea che creava il Duomo. I nobili erano asserragliati intorno alla Rocca, definendosi la fazione di sopra, o della rosa, dal Duomo a salire verso la Rocca e  porta Somma, il popolo si riuniva nella fazione di basso o della fragola, dal Duomo a scendere fino a Porta San Lorenzo.

Rintocchi. Della Vipera smise di seguire i suoi pensieri.

“Non ho mai visto un uomo tanto arrogante come te, sei in prigione e ti comporti come se fossi il capo della città. Ringrazia la tua buona stella, ho tanta voglia di trinciarti la faccia!” Lotario scoppiò a ridere, assestando un ennesimo pugno in faccia a Sabariani. Poi con un cenno della mano i suoi due sottoposti lo buttarono a terra, sul pagliericcio. Ettore sentì il sangue rigargli il mento, mentre il passi dei carcerieri si allontanavano dietro la porta di legno ben serrata. Cercò di fare un respiro, cosa che gli riuscì senza dolore. Per fortuna! Si appoggiò con la mano al pavimento di mattoni e si sollevò leggermente. Poi con la sinistra si aggrappò al muro scalcinato e fece forza per sostenersi. Si gettò sul muro. Il pestaggio era stato insignificante questa volta. Gli colava solo il sangue dalla bocca e il corpo non gli doleva molto. “Stai tranquillo che ti ripagherò con gli interessi”, disse, asciugandosi con il dorso della mano il sangue. Fece forza con le gambe, sollevandosi in piedi. Crollò a terra. Strinse i pugni, serrò le labbra doloranti, fece un profondo respiro, si levò in piedi con tutte le sue forze. Le dita artigliarono il muro graffiato, macchiato di umido e sangue. C’era anche il suo mescolato alle tante chiazze marroni. Poggiò la schiena sul muro. Questa volta le gambe sembravano sostenerlo. Era stato gettato in una fossa, una cella scavata sotto il terreno, da dove non poteva filtrare alcuna luce. Stranamente avevano avuto pietà di lui, lasciandogli un lumicino ad ardere. La fiamma era tenue e l’olio era di pessima qualità e poco. Tra un’ora al massimo avrebbe avuto la compagnia delle tenebre e dell’aria ammuffita e rancida. Intanto le gambe lo sostenevano. Sferragliare. Dei passi si avvicinavano.

La porta si aprì. L’odio e la rabbia bruciarono dentro Ettore. Il grugno lurido e barbuto di Lotario gli ghignava contro.

Era solo.

Entrò nella cella. Reggeva una lucerna ad olio, che posò accanto alla prima. “Mi prudono le mani di nuovo. Mi dà un gran piacere pestare una testa calda come la tua, Sabariani. Perché la tua famiglia è capoparte della fazione di basso te la tiri tanto e ti dai arie da gran barone. Puah! Siete solo una massa di arricchiti che vuole rubare quello che Dio ha fissato! Ti assicuro che sarà bello tirarti via la cresta di gallo e qualcosa in più!”

“Vieni e ti spacco la testa!”, gli sorrise Ettore, pulendosi il mento sporco di sangue con il dorso della mano.

Lotario gli balzò addosso. Ettore scattò di lato, quasi crollando a terra. Lotario gli fu subito sopra, con il pugno levato per colpire. Ettore lo colpì alla rotula sinistra da terra.

“AAhhhhhhhhh!”

Lotario si accasciò accanto a Sabariani, con gli occhi pieni di lacrime. Poi sentì la testa sbattere contro il muro. Ettore si era risollevato in tempo per afferrargli il viso sudato e piantarglielo contro il muro macchiato di marrone, poi di rosso fresco. Agiva senza riflettere, spinto da una rabbia accumulata in giorni e giorni di pestaggi, di dolore, di voci sofferenti di amici giustiziati, di ingiustizie patite. Batté e batté con furia maggiore quella testa contro qualcosa di molto duro, sempre più rosso, poi marrone.

“Ettore!”

Si fermò. Ansimava.

“Ettore! Ettore!”

Riconosceva la voce. Le voci. Una mano delicata si posò sulla spalla. Aveva tra le mani quello che restava della testa del suo carceriere e c’erano altri nella sua cella. Si voltò. “Paolo, Angelo, Della Vipera …” C’era anche un carceriere con un coltello alla gola. Gli occhi erano umidi di lacrime per la gioia.

“Vieni, riesci a sollevarti?” Della Vipera lo cinse intorno ai fianchi, tirandolo su. Finalmente le gambe di Ettore furono salde.

“Credevo che ti fossi quietato dopo il mio arresto e mi avessi raccontato storielle, Giuliano”.

“Per ingannare i tuoi nemici, devi prima ingannare i tuoi amici. Lo conosci il vecchio detto. No, Ettore, non ti lasciavo marcire qui”. Della Vipera gli sorrise. Giuliano Della Vipera era un uomo leale con gli amici, ma molto infido con i nemici. Paolo Scantacerra lasciò rantolare nel sangue il carceriere che aveva con sé, poi abbracciò insieme ad Angelo il suo amico.

“Credo sia tempo di andare. Ettore, c’è …”

“Sì, voglio incontrare il rettore, Giuliano, ci sono cose da chiarire”.

Mario vide il suo signore scrutare il cielo stellato con sguardo incantato. Sembrava quasi che le stelle gli rapissero i tanti pensieri che l’assillavano da quando aveva lasciato Ravenna per Benevento. Il Santo Padre Giulio II aveva voluto la sua presenza a Benevento, città pontificia nel Reame per placare gli animi tra le fazioni del popolo e dei nobili sempre in lotta. Aveva scoperto che a fomentare le parti erano spesso i baroni dei dintorni, per ambizioni personali e desiderosi di impossessarsi delle terre della città o della città stessa. Il rettore Andreone degli Artusini aveva prima agito con molta moderazione e spirito di pace, ma alla notizia che i capiparte della fazione popolare stavano tramando contro di lui, aveva agito. Erano seguiti arresti, processi, condanne all’esilio, a morte e alla prigionia. Il più feroce e sanguinario di tutti, il Sabariani, si sarebbe ammansato nelle prigioni.

“Mario, sei distratto?” Il giovane cameriere quasi saltò in aria. Incontrò il sorriso gentile del suo signore, mentre i folti baffi si sollevavano.

Gli porse la chiave. “Ora, mio caro Mario, chiudi la mia camera a chiave e vai pure a riposarti”.

“Sì”. Mario afferrò la chiave e si allontanò con passi svelti. Il suo signore aveva preso l’abitudine di farsi rinchiudere dentro la sua stanza da letto, per evitare che altri potessero entrare. Solo lui, Mario Montanari, poteva custodire quella chiave. Chiuse le porte, infilò la chiave nella toppa e girò fino alla fine. Il suo signore era al sicuro.

Con passi decisi si affrettò verso l’uscita della Rocca. Mario Montanari non aveva nessuna voglia di andare a dormire quella notte. Almeno da solo. Fuori dalla Rocca invece aveva un appuntamento galante e non ci avrebbe mai rinunciato. Era vero che le ragazze del Reame erano gatte selvatiche e incantatrici! Aveva una felice tresca con la figlia del lavandaio del suo signore, la bella Vittoria Fusco. Quella ragazza gli era entrata nel sangue, nell’anima e non poteva fare a meno di vederla tutte le sere. L’aria fresca e le stelle brillanti nel cielo lo accolsero. L’estate era da poco giunta, gentile e carezzevole. Per lui, però, sempre troppo calda. Sgattaiolò verso la discesa della Rocca.

“Mario!”

Si fermò. Apparve dalle tenebre, da dietro un albero, la sua Vittoria. Lui le sorrise. C’era un bel giardino con case dei signori di Benevento alle sue spalle. Lui le andò incontro. “Ah!” Delle mani l’afferrarono. Sentì qualcosa di gelido e tagliente sotto la gola. Degli armati apparvero da dietro gli alberi. Uno di loro era pesto e con il viso sporco di sangue. Lo fissava con occhi di lupo. Vedeva anche quelli di Vittoria, paralizzati dal terrore. Degli uomini la circondavano. Si fece avanti un ragazzo.

“Dacci la chiave o la sgozzo”.

Mario rovistò nella cinta, poi tirò fuori il pezzo di metallo. Il giovane glielo strappò di mano.

“Muori, puttana!” Vittoria cadde con la gola recisa, insieme a Mario. Paolo e Angelo erano stati veloci e precisi. Ettore sorrise alla porta della Rocca. Era tempo d’agire. Entrò.

Andreone non riusciva a dormire. Seduto sul suo letto, un senso di quiete e serenità gli impediva di abbandonarsi al sonno. L’incontro con Maria degli Auttori e la splendida musica che gli aveva offerto il Mascambruni lo accompagnavano ancora. Non si fidava di quel giovane così raffinato e dedito ai bei piaceri della vita. Un suo parente, Tirello Manzella, aveva ucciso un rappresentante pontificio anni addietro, il Capobianco. Il giovane poteva ben nascondere il suo lato sanguinario. Inoltre gli sembrava che dietro il suo amore per il lusso e la bella vita fosse al corrente di molti intrighi e vicende poco chiare. I Mascambruni erano stati una famiglia di valorosi cavalieri e si erano spesso distinti. L’anomalia di questo loro giovane lo turbava. Già Mario gli aveva raccontato di come avesse ucciso in duello un uomo che aveva tentato di aggredire la sua amante. Aveva dato una prova di maestria con la spada. Doveva tenerlo d’occhio, anche arrestarlo, se serviva. Rumore di passi. La chiave che girava. Aggrottò la fronte. Cosa voleva Mario?

“Chiedo scusa se disturbo il sonno del rettore di Benevento, ma è necessario un chiarimento”. Ettore Sabariani, lurido di sangue e con la spada in mano, entrò nella stanza da letto del rettore. Le candele la illuminavano tenuamente, lasciando tutto nella gradevole penombra. Dietro il ribelle si intravedevano degli armati.

Andreone si levò in piedi. Il sangue gli era andato alla testa! Non si poteva sopportare questo ennesimo oltraggio alle autorità pontificie.

“Sabariani, perché qui?”

“Perché porto la supplica di un popolo oppresso, che vuole la pace e i suoi diritti rispettati”.

“Diritti? La tua fazione è quella che scatena sempre lotte e omicidi. Non avete congiurato contro la mia persona e l’autorità della Chiesa di Roma? Voi, signori tutti, dietro le vostre buone maniere nascondete i coltelli più affilati e le lame più avvelenate!”

“Signor rettore, io chiedo il rispetto delle leggi, leggi che la fazione della Rosa non rispetta e che voi non volete …”

“Come posso farti capire che la legge sono io e voi la trasgredite ogni giorno con le vostre lotte? Non avete pace dentro il vostro stesso cuore! Un animo in lotta come può conoscere la pace? Tu sei il primo che vive nel sangue”.

“Sì, è vero, ma lotto per difendere i miei compagni contro le ingiustizie di una fazione. Ho visto tanti innocenti aggrediti dalla violenza, dalla fame dell’oro, dalla crudeltà altrui. Le ricchezze sono tutte in mano agli altri della  fazione di sopra, a noi restano la  miseria, le bastonate, le offese, gli oltraggi, le violenze alle donne, le derisioni. Chi viene qui vede lo splendore della nobiltà e la miseria dei civili. Una gran massa di cittadini non può vivere oppressa nella fame e nelle tasse, oppure esploderà”.

“Nessuno deve esplodere!”, urlò Andreone. “Basta! Basta! Ho sentito troppo da chi mi voleva morto! Un sanguinario e facinoroso!”

“Perché vi volevo morto? Perché voi non avete mai ascoltato veramente quello che chiedevamo. La testa faceva di sì, ma il cuore pensava ad altro. Ogni persona che vedevate, signor rettore, era un possibile pericolo da mettere in galera, da gettare in una fossa. Un uomo che chiede giustizia e pane non può essere ingannato in continuazione, non ha tempo da aspettare. Il tempo per lui significa un figlio morto, una donna oltraggiata, una scudisciata in più nelle fosse. Io le ho provate e sono molto salate”.

“Chi sbaglia può solo pagare. Cosa posso fare con dei traditori della Chiesa? Con quelli che hanno sempre congiurato a favore del Reame e degli Aragona? Dei traditori!”

“Mi offendete! Io non tradisco nessuno! Ci siamo isolati dal mondo, illudendoci di salvarci. Ci siamo concessi ad un padrone lontano, sperando di godere la libertà. Invece tutti sono vicini, qui alle porte! Chi vuole entra e ci conquista. Il padrone lontano, con poche righe di un breve, ci detta leggi eterne senza chiedere il nostro parere. Signore, lei è rettore di una città non sua!”

“Basta, infame!”

Gli occhi di lupo di Ettore puntarono il rettore. Il viso era una macchia rossa, per lo schiaffo e per il sangue che ritornava a colare. La mano percepì il metallo che stringeva. Si sollevò. La testa di Andreone degli Artusini rotolò a terra, paonazza ancora, con le labbra spalancate per inveire e minacciare.

Ettore si guardò intorno. Prese la testa e il berretto da notte, la mise sul davanzale della finestra e ci ficcò sopra il berretto. Poi si voltò indietro, incontrando gli occhi dei compagni. Erano allibiti e eccitati. “Prendiamo tutto quello che c’è da prendere e andiamocene. Io militerò nell’esercito di Napoli, sotto nuove bandiere e speranze”.

Ottavio Mascambruni si incamminava di buon mattino verso la Rocca. Il rettore gli aveva detto durante la festa che desiderava parlargli.

“Buon giorno, signor rettore!”

Vide un gruppo di contadini. Si stavano avviando verso i campi. Con il capo inchinato e reverente salutavano il davanzale della stanza del rettore. Ottavio alzò lo sguardo. Impallidì. La testa esangue del defunto rettore, imberrettata, fissava con occhi vitrei l’orizzonte.

Ettore Sabariani fuggì a Napoli, dove militò nell’esercito spagnolo con valore. Il nuovo rettore di Benevento, Maso degli Albizzi, ottenne l’arresto del capoparte a Napoli. Prima del 20 luglio del 1516 Ettore Sabariani, uomo sanguinario e capo di parte, fu processato e giustiziato nella piazza del mercato di Porta Rufina.

In una notte d’aprile del 1517 Paolo Scantacerra, fuoriuscito e amico di Sabariani, irruppe con centoventi armati nella città, saccheggiando e uccidendo, vendicando la morte dell’amico.

Il 28 febbraio 1530, per opera del governatore Diomede de Beneimbene e soprattutto del padre cappuccino Ludovico Marra da Napoli, le due fazioni sanzionarono una sincera e generale pace e in ricordo fu concesso di fondare un convento in una zona detta poi Pace Vecchia. Concordes in unum.

(Immagine: Rocca dei Rettori stilizzata da una foto di Alessandro Caporaso)

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