Feeds:
Articoli
Commenti

Il videoclip in HD, che fa emergere il lato underground di Benevento, e che non riprende zone caratteristiche della città, è stato sapientemente diretto dal giovane regista, anche lui beneventano, Valerio Vestoso con l’utilizzo per la prima volta in Italia di una Canon EOS 5D, una reflex digitale, ossia una macchina fotografica.

Una scena significativa de “Il Pianeta Verde”, film francese del ‘96 che denunciava l’incomunicabilità a cui sono soggette le popolazioni moderne a causa del consumismo e della competizione.

Per visionare l’intero film:

http://video.google.com/videoplay?docid=-3658892960097906379

“Un vero uomo è l’uomo libero da ogni servilismo esteriore, che non si inchina a baciare la mano di nessuno, nè desidera che qualcuno si inchini a baciare la sua (…).

Ed è libero da ogni servilismo interiore, ripulisce la mente da parole e concetti uditi da altri, se non ne è intimamente convinto. Egli non obbedisce, pensa. Ma pensa per cercare di obbedire alla verità, perchè sa che la più dura prigionia è quella verso se stessi e che essa può venire sconfitta solo da un amore più grande (…) l’amore per la verità. Per questo la vita autentica è all’insegna del viaggio, dell’uscita da sè verso la realtà, fino a farsi compenetrare totalmente dalla realtà e diventare un autentico frammento di realtà che, come una pietra o come una pianta, esiste senza la minima traccia di menzogna”.

Vito Mancuso (La vita autentica, R.Cortina Editore – 2009).

 Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.
Vito Mancuso (Carate Brianza, 9 Dicembre 1962) è un teologo italiano.

È docente di Teologia presso la Facoltà di Filosofia dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano ed editorialista de “La Repubblica”. Nato il 9 dicembre 1962 a Carate Brianza da genitori siciliani, è dottore in teologia sistematica. Dei tre gradi accademici del corso teologico, ha conseguito il Baccellierato presso la Facoltà teologica dell’Italia settentrionale di Milano, la Licenza presso la Pontificia facoltà teologica dell’Italia meridionale San Tommaso d’Aquino di Napoli, il Dottorato a Roma presso la Pontificia Università Lateranense.

Biografia

Dopo il liceo classico statale a Desio (Milano), ha iniziato lo studio della teologia nel Seminario arcivescovile di Milano (sede di Saronno per il biennio filosofico e sede di Venegono Inferiore per il triennio teologico). Al termine del quinquennio è stato ordinato sacerdote dal cardinale Carlo Maria Martini nel Duomo di Milano, il 7 giugno 1986, all’età di 23 anni. A distanza di un anno, ha chiesto di essere dispensato dalla vita sacerdotale e di dedicarsi solo allo studio della teologia.

Dietro indicazione del cardinal Martini ha vissuto due anni a Napoli presso il teologo Bruno Forte (attuale arcivescovo di Chieti e Presidente della Commissione Episcopale per la Dottrina della Fede della Cei), conseguendo in quella città il secondo grado accademico. Ha quindi iniziato a lavorare in editoria (Edizioni Piemme, Mondadori, Edizioni San Paolo, ancora Mondadori) proseguendo nel frattempo lo studio della teologia per il terzo e conclusivo grado accademico, il Dottorato, conseguito nel 1996 con il punteggio di 90/90 summa cum laude, discutendo una tesi dal titolo La salvezza della storia. La filosofia di Hegel come teologia, primo relatore Piero Coda (attuale Presidente dell’Associazione Teologica Italiana), difesa il 29 febbraio 1996, e pubblicata nell’aprile dello stesso anno col titolo Hegel teologo e l’imperdonabile assenza del Principe di questo mondo.

Ricevuta la dispensa papale, si è sposato nella parrocchia milanese di Santa Maria del Suffragio con Jadranka Korlat, ingegnere civile. Dal matrimonio sono nati Stefano, nel 1995, e Caterina, nel 1999.

Opere

(proposto da Tullia Bartolini)

Peppe Fonzo

Peppe Fonzo e Luigi Furno

Peppe Fonzo e Luigi Furno

1481/1482 - olio su tavola 246×243 - Firenze, Galleria degli Uffizi

Adorazione dei Magi – Leonardo da Vinci

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

Adorazione dei Magi è un dipinto a olio su tavola di cm 246 x 243 realizzato tra il 1481 ed il 1482 dal pittore Leonardo da Vinci. È conservato alla Galleria degli Uffizi di Firenze.

Questa tavola fu commissionata nel 1481 dai monaci di San Donato a Scopeto, ma poiché non venne mai portata a termine essa rimase, alla partenza di Leonardo per Milano, nella stanza della casa del suo amico Amerigo Benci. Sull’altare di Scopeto fu poi collocata, in sostituzione di quella di Leonardo, mai pervenuta, una tavola di Filippino Lippi.

Passò successivamente nella collezione della famiglia Medici, arrivando infine alla Galleria degli Uffizi.

In primo piano, al centro la Madonna con il Bambino circondata da una folla di personaggi fra cui anche i Magi, in essa domina un senso di circolarità, un vortice di azione e gesti che fa perno sul gruppo della Vergine con Figlio, che rappresenta l’Epifania che sconvolge tutti gli astanti. Con i Magi, la Madonna dà origine ad una piramide, di cui lei è il vertice; il fatto che le sue gambe siano rivolte a sinistra mentre la sua testa e quella di Gesù si volgono a destra danno alla piramide un senso di movimento rotatorio. La testa di Maria è l’intersezione delle due diagonali del dipinto, che si può dire quadrato visto la lieve differenza tra altezza e base, quindi la testa della Madonna è centrale nell’opera.

Sullo sfondo, attraverso la diagonale formata dai due alberi, il primo un alloro simbolo di trionfo e il secondo una arecacee, simbolo di martirio si svolgono due scene a destra, uno scontro di armati, uomini disarcionati e cavalli che s’impennano, come simbolo della follia degli uomini che non hanno ancora ricevuto il messaggio cristiano e a sinistra il tempio in rovina che allude alla caduta Tempio di Gerusalemme, sull’arco spezzato, piccoli arbusti come si vedono talvolta su alcune costruzioni in cui la natura ha avuto tutto il tempo di impadronirsene nuovamente. Secondo alcuni esperti inoltre, il fanciullo all’estrema destra del quadro potrebbe essere un autoritratto giovanile di Leonardo.

La “parcella” di Leonardo per questo dipinto

Questo dipinto è stato realizzato da Leonardo nella prima parte della sua vita, quando ancora il suo lavoro veniva retribuito molto poco, non venendo ancora considerato un “grande dell’arte”. Per l’Adorazione dei Magi, ricevette 28 ducati più 2 carichi d’asino, uno di fascine e l’altro di legna grossa, più un barile di vino vermiglio.

Su segnalazione di Alessandro Paolo Lombardo.

 

Venerdì, 5 FEBBRAIO – ore 20.30
MULINO PACIFICO – Benevento
Magnifico Visbaal Teatro

presenta

ULISSE IN SERRATURA

scritto, diretto e interpretato da Peppe Fonzo
Con la collaborazione (drammaturgica e di aiuto regista) di Luigi Furno

Siamo a Itaca (?). Tutto si svolge in una notte.

Ulisse è tornato ma non c’è Penelope, non c’è Argo, non c’è Telemaco, nemmeno i Proci.

Resta soltanto il luogo, la casa vuota. Ulisse è solo.

Ma non è la solitudine di una zattera, né quella dell’eroe dopo la battaglia, è l’isolamento di un uomo in uno spazio neutro che poco alla volta trasformerà attraverso un flusso di immagini, suoni, e deliri.

Visioni che prenderanno forma occupando un posto nelle stanze vuote.
E la casa si riempie.

 

Ulisse in serratura è una ricerca drammaturgica all’interno dell’Odissea di Omero, un lavoro legato alla presenza dell’attore che attraverso l’espressività corporea e la capacità evocativa cercherà di percorrere un tragitto parallelo e altro muovendosi delicatamente in mezzo agli equilibri mitologici e di una tradizione millenaria.

 

PREZZI BIGLIETTI: Intero € 9,00 –ridotto studenti € 5,00 – Spettacolo fuori abbonamento

Fare associazionismo e impegnarsi nel volontariato fa bene alla salute e alla comunità – di Carmela Longo

Fare parte attiva di un’associazione o di un’organizzazione di volontariato può contribuire a rinsaldare una comunità troppo scissa in alcune manifestazioni, con troppi rancori antichi e chiusure.

L’associazione può diventare veramente un terreno franco, dove ognuno può riconoscersi ed esprimere le proprie potenzialità, ai vari livelli della cultura. Penso dunque anche a quelle sportive, o a quella degli anziani ecc.

Il filo comune che lega il mondo dell’associazionismo e del volontariato, nella sua forma più spassionata, è la gratuità, il dono del proprio tempo e del proprio impegno; nella sua forma più appassionata è l’energia, il piacere di fare quelle cose per il gusto di farle, di condividerle insieme agli altri, di gioire di ciò che si riesce a costruire, di crescere anche sulle difficoltà, sperimentando che si possono superare e affrontare costruttivamente e non accumulare e farle esplodere.

Dal punto di vista psicologico è stato ampiamente dimostrato che le persone, che fanno abitualmente volontariato e/o associazionismo, hanno maggiori capacità di resilienza (termine mutuato dalla geologia, è la capacità di resistere, senza frantumarsi, agli urti della vita), e, nelle situazioni di emergenza e post-traumatiche (tipo catastrofi, terremoti, ecc), sono quelle che si riprendono prima e sono maggiormente di aiuto agli altri.

E allora, credo che ogni associazione abbia anche questa mission ulteriore: attrezzarsi a gestire la complessità, che non è solo quella inerente i rapporti interni alla propria associazione, ma è quella dei rapporti con le altre, con il paese o la città, e dunque anche con tutte quelle persone che non fanno parte di nessun gruppo, motivando talvolta tale scelta dicendo “non voglio farmi strumentalizzare”, oppure “chi ci sta dentro non mi piace”, oppure “perseguono solo gli interessi personali”.

Non credo infatti che si riesca a rimanere a lungo in un’associazione se si perseguono solo scopi personali, perché il gioco ben presto viene smascherato.

Ecco, le associazioni che funzionano, secondo me, devono lottare contro ogni forma di strumentalizzazione e di ignavia.

E’ anche vero, perciò, che ognuno deve impegnarsi al massimo per evitare di cadere in reti che non  sono giuste, né servono a nessuno.

Ogni sforzo deve essere fatto per far capire a tutti che le associazioni non sono dell’amministrazione, né tantomeno di una parte politica, e che, se l’amministrazione (intendo maggioranza e opposizione, non lista vincente) collabora fattivamente con le associazioni, questo non deve essere un vanto, né una nota di particolare merito, bensì il riconoscimento di una azione giusta per la comunità, auspicabile sempre, al di là dei colori e delle posizioni partitiche. Le amministrazioni più sono lungimiranti (cioè dedite al perseguimento del bene comune per la comunità, e non per i propri fini), più collaborano con ogni forma di volontariato e di associazionismo, fornendo il più possibile a tutti indistintamente supporto e agevolazioni di ogni tipo.

Ogni forma di associazionismo e di volontariato è una grande ricchezza per la comunità, che non va persa, non va lasciata al caso, ma va coltivata come un patrimonio collettivo straordinariamente necessario e nutritivo.

Le associazioni consentono, con la loro vitalità, di “accumulare chicchi nel granaio per affrontare gli inverni dell’anima” (M. Yourcenar), e questi chicchi devono essere per tutti e devono poter sfamare ognuno.

“Il Futurismo serve per vivere… Il Surrealismo per – NON – morire”.
 
Questa, la sfida lanciata da Gabriella Guglielmi, in arte Ella Williams: dimostrare che la morte non esiste, per un surrealista.
 
Alessandro Paolo Lombardo, Alessandro Caporaso, Luigi Furno e Gianpiero Bosco hanno lasciato che il Surrealismo stesso desse la dimostrazione videografica, sfruttando automatismi psichici e illuminazioni dada.
Sino al finale: il disco che si blocca – imprevisto! – proprio sul finire dell’ultimo piano sequenza sembra suggerire l’impossibilità della fine.
“Tornerò” canta il giradischi (e non è inutile ribadire che il pezzo del brano è capitato a caso, potenza dell’incontro casuale). Tornerò al CIA CIA CIA

Non posso dirtelo

Quando diventammo nemici?
Smisi di fidarmi delle tue parole:
divennero pietre cave,
simboli bianchi.

Finita la parte
esaurito il ruolo,
concluse le vicende.

Allora ti dissi della casa vuota,
del silenzio nella culla,
della donna in fuga.

Quanta parte è rimasta
imprigionata alla realtà
tradita!

Non posso dirtelo,
ma l’ombra che
inseguiva la donna

ancora segue il passo,
e la culla vuota
s’è riempita di sole

e di radici.

Tullia Bartolini

Visita il blog di Mario Perrotta (disegni) e Emilio Fabozzi (testi), gli autori beneventani di queste vignette satiriche:

http://perrotta-fabozzi.blogspot.com/

di Carmela Longo

Più che di buonismo parlerei di realismo, con un pizzico di utopia che è il motore del mondo.
La situazione attuale del nostro paese ci dice che le divisioni sono tante, i rancori e i risentimenti accumulatisi negli anni, le incomprensioni, i fraintendimenti, talvolta le chiare volontà di arrecare danno o discredito a qualcuno, sono sotto gli occhi di tutti.
E’ d’altro canto storia dell’umanità, dividere è più facile che unire, rimanere nella propria rabbia è più facile che sforzarsi a trovare un terreno di condivisione comune.
Allora la sfida non è sul terreno del “buonismo”.
Il buonismo ideologico, secondo me, porta a voler subito bypassare il conflitto.
Il buonista tout court non si può permettere di ospitare in sé la rabbia del sentirsi incompreso, attaccato, umiliato o quant’altro.
Al buonista la rabbia sua spaventa più della rabbia dell’altro.
Anzi, la rabbia dell’altro è ben accetta, quasi accolta come dato a favore della superiorità (mai ammessa) del buonista sull’altro, che si è lasciato andare a bassi istinti.
Il buonista non crede mai effettivamente nella possibilità di un mondo diverso, a lui basta attestare la sua superiorità.
Paradossalmente, non ospitando in sé la rabbia e la voglia di vendetta che spesso accompagnano chi si sente ferito nella propria autostima, ha bisogno di un mondo dispari, altrimenti non potrebbe più esistere.
No. Il buonista non serve a questa società.
Ci servono uomini e donne interi.
Che sanno cos’è la rabbia. Continua a leggere

L’era di Facebook per delegare anche la comunicazione.
Libertà di scegliere, nell’ambito di opzioni precostituite da altri, è libertà?

di Alessio Masone (bmagazine-art’empori di dicembre 2009)

E’ comodo far scegliere, alle televisioni e ai giornali nazionali, le informazioni che vogliamo apprendere.
E’ comodo far scegliere, ai critici, alle accademie e ai giornali, gli artisti che gradiamo leggere, ammirare e ascoltare.
E’ comodo far scegliere, alle catene di supermercati e alle catene di franchising, i prodotti che ci occorrono.
E’ comodo eleggere i nostri rappresentanti nelle istituzioni, come nostra attività di impegno civico.
E’ comodo ascoltare o leggere Saviano, come nostra attività di contrasto alla corruzione e la criminalità organizzata.

Ma solo lo scegliere, in prima persona, trasforma il mondo.

Ascoltando, alla TV, Saviano, ci emozioniamo, urliamo dentro di noi, ma, poi, nella nostra vita, quella che facciamo con le azioni, non quella che ascoltiamo o leggiamo, siamo rimasti uguali. A cosa serve che ci sia un solo Saviano che agisce, quando parla, se noi, compatti, restiamo, di fatto, immobili negli stili di vita? Abbiamo lasciato da solo Saviano e, se un giorno lo assassineranno, noi, sebbene complici, grideremo allo scandalo. Ma Saviano non corre questo rischio: i suoi nemici sanno bene che il suo parlare, in fin dei conti, non trasforma il mondo. Tutto resta identico a prima, grazie a noi.

Se vogliamo trasformare il mondo, dobbiamo prenderci la briga di impegnarci in prima persona e con il nostro agire quotidiano, non con una lettura che, risollevando la nostra coscienza, ci dica che i cattivi sono gli altri.

Delegare i nostri compiti è solo un modo, comodo per noi e scomodo per il mondo, di lasciare che nulla cambi.
Il XXI secolo pretende che la popolazione non deleghi ai propri governanti, la gestione del bene collettivo.
Segnali, in questa direzione, si diffondono, grazie alla democrazia partecipativa e al consumo critico, ma anche tramite la rete web.
Finalmente, grazie al web, l’informazione avviene con una modalità orizzontale e biodiversa. Forse, troppo biodiversa. Troppe variabili. Troppe energie sono necessarie per muoversi in un mondo orizzontale e democratico, senza gerarchie, senza punti di riferimento, se tutti siamo alla pari.

E allora, per sollevarci da tanto stress, una multinazionale ci crea un web parallelo dove scorazzare, in lungo e in largo, incontrando solo cose belle, solo persone che ci piacciono e, soprattutto, senza sforzo, facendo uso del solo clic del mouse. Un mondo, comodo ai nostri occhi e alla nostra mente, che praticamente non necessita, ormai, neanche della tastiera. Ormai, in questo mondo superorganizzato, superconnesso con tutti, è inutile scrivere. Basta scegliere fra le opzioni del sistema, per circondarsi di amici (aggiungi amici tra…), per essere titolari di un pensiero (condivido, mi piace), per sentirsi parte di un’azione (ci sarò, forse ci sarò, non ci sarò). Per sentirsi, finanche, un deus ex machina della collettività, si sceglie cosa far nascere in questo mondo parallelo, linkando gli articoli e i video realizzati sempre da altri individui sui giornali nazionali o su Youtube. Continua a leggere

Argumentum e silentio

di Paul Celan

 

In catene
tra oro e oblio:
la notte.
Entrambi bramarono afferrarla.
A entrambi concesse tempo.

Posa,
posa anche tu là, quanto
accanto ai giorni vuol nascere col crepuscolo:
la parola seguita dagli astri,
inondata dai mari.

A ciascuno la parola.
A ciascuno la parola che gli cantò,
quando la muta gli piombò addosso -
a ciascuno la parola che a lui cantò e impietrì.

Ad essa, alla notte, la parola
che gli astri accompagnano e i mari inondano,
ad essa la parola avvinta dal silenzio,
cui il sangue non gelò, quando trafisse
le sillabe quel dente avvelenato.

Alla notte la parola guadagnata al silenzio.

Contro quelle altre che presto
- sedotte e violentate da orecchie prostituite -
anche sul tempo e i tempi s’ergeranno,
essa infine sarà testimone,
infine, quando solo catene risuonano,

testimone della notte, che lì giace
tra oro e oblio,
sorella di entrambi, da sempre -

Poiché, dimmi, dove mai
vi sarà crepuscolo, se non in lei,
dove scorre la sua lacrima, che mostra
ai soli che s’immergono, la semina,
ma di volta in volta?

Paul Celan (originariamente Paul Antschel), nacque a Czernowitz il 23 novembre 1920.
Nel 1938 studió medicina in Francia, successivamente letteratura a Czernowitz. I suoi genitori finirono nel 1942 in un campo di concentramento: il padre morì di tifo, la madre fu uccisa con un colpo alla nuca.
Lo stesso Celan fu internato in un campo di concentramento dal 1941 al 1943. Poté però evitare la morte, ed essere utile presso le truppe sovietiche come infermiere. Dal 1945 lavorò come lettore e traduttore a Bucarest. In questo periodo conobbe Rose Ausländer e pubblicò la sua prima poesia sulla rivista “Agora”.
Nel 1947, Celan emigrò dalla Romania a Parigi dove prestò la sua opera come lettore di tedesco all’ École Normale Supérieure. I questo periodo tradusse in tedesco lavori di Arthur Rimbaud, Aleksandr Blok, Ossip Mandelstam, Sergej Jessenin e William Shakespeare e cambiò il suo nome da Antschel a Celan.
Dal 1948 furono pubblicati i suoi testi poetici: “Der Sand aus den Urnen” (1948), “Mohn und Gedächtnis” (1952), “Die Niemandsrose” (1963), “Atemwende” (1967), “Fadensonnen”(1968), “Lichtzwang” (1970), “Scheepart” (1971), “Zeitgehöft” (1976) e il testo in prosa “Der Meridian” (1961).
Celan venne considerato uno scrittore eccellente e fu insignito con i seguenti premi letterari: Freie Hansestadt Bremen nel 1958, Georg Büchner Preis nel 1960 e Großer Kunstpreis del Nordrhein-Westfalen.
Attorno al 20 aprile del 1970 Celan si suicidò.  fonte: www.copernico.bo.it

Paranoja – Proibito 1986
Giuseppe Iadarola – Sergio Roberti – Stefano Italiano
Beneventani

Foto di Pasquale Palmieri

Positano. Primo gennaio.
In pochi restano sulla spiaggia, a ricevere “un vento fresco che sala il viso”, in attesa di quello che verrà.
Buon 2010.

Pasquale Palmieri 

Venezia - Tullia Bartolini

Venezia - Tullia Bartolini

Venezia - Tullia Bartolini

Venezia - Tullia Bartolini

Lunedì, 4 gennaio 2010, ore 17,30 – Libreria Masone Benevento

“Fame di pane”: lettura interattiva per bambini interpretata da Peppe Fonzo.

Tratto dal libro di Giusi Guarenghi e Alessandra Mastrangelo, dalla collana “Per mangiarti meglio”, Slow Food Editore

Chi di voi è in grado di fare il pane?
Chi di voi sa le differenze tra una michetta e uno sfi latino?
Chi di voi soprattutto pensa che il pane è uguale in tutto il mondo?
Attenzione… perché c’è pane e pane…
Il Pan d’artista, il Buono sempre, il Pan Caciato, il Senatore, ecc…
In ogni forma c’è un gusto di vita differente.

Fame di pane è uno spettacolo interattivo in cui si illustreranno le ricette del pane di tutto il mondo (o quasi), dove ci sporcheremo le mani di farina di sale di lievito e di acqua. Un ritorno alle radici quando le regole erano semplici ma ferree: per fare il pane, ci vuole il grano, ma soprattutto tanta, tanta, tanta pazienza…Un incontro alla scoperta del proprio tempo e delle proprie origini.
Un storia in cui genitori e figli insieme finalmente potranno sporcarsi insieme senza tante storie…

… Strumenti atavici sparpagliati dappertutto, molti di più di noi, tamburi grandi, tamburelli, nacchere, flauti, campanelli e ogni cosa che riportasse a un mondo primordiale. Musica improvvisata, non si parla, si segue solo l’onda. 
Io mi sono un pò messa lontano dal cerchio degli altri, volevo sentire il battito del cuore, se lo ritrovavo nel tamburo che avevo.
L’ho sentito, ho pensato che il bimbo nella pancia lo sente così. 
Poi ho smesso di battere, e ho appoggiato la mano sulla pelle del tamburo che continuava a vibrare nonostante io non lo percuotessi più. 
Ho sentito le farfalline sulla mano, come quando sentivo le mie bimbe nella pancia….meraviglioso..

poi ho continuato a non battere, e a occhi chiusi ho poggiato l’orecchio sul tamburo, che continuava a vibrare nonostante io non facessi più niente. 
IL TAMBURO VIBRAVA DEL BATTITO DI TUTTI GLI ALTRI!! hO SENTITO CHE QUELLO ERA IL BATTITO DEGLI UMANI, E DI TUTTI I NOSTRI ANTENATI ANIMALI…ERA IL BATTITO DELLA TERRA…
Struggente, fantastico…commovente…
Ho pianto, ho sentito che non siamo soli, nessuno di noi è solo, e che anche se uno di noi cessa di battere ci sono gli altri, e mi sentivo trascinata nel moto perenne….
Ho pensato a mio padre, non è solo lì nella terra, sente tutta questa musica, ogni momento un concerto diverso….ho sentito ANCHE SE IO NON CI STO VOI CI SIETE…
Ho unito le mie mani come in preghiera, e ho mandato a tutti il mio pensiero: 
ONORO TUTTI VOI….ONORO IL GRANDE SPIRITO

Carmela Longo(incontro di musicoterapia, Flumeri, giugno 2009)

B U O N    2010  A TUTTI GLI AMICI DI ART’EMPORI!

  

da wikipedia:

René Char (L’Isle-sur-la-Sorgue, 14 giugno 1907 – Parigi, 19 febbraio 1988) è stato un poeta francese.

Autore di diverse poesie, tra cui Il martello senza padrone (1934), nella quale l’autore riflette la sua esperienza surrealista, e Fogli di Hypnos (1946), opera consistente in brevi e fulminanti riflessioni ispirate dall’esperienza partigiana, vissuta personalmente da Renè Char (col soprannome di Capitano Alexandre) nell’ambito della resistenza francese, conosciuta dal pubblico italiano grazie alla traduzione di Vittorio Sereni.

Alcune opere dell’autore sono raccolte nel volume Poesie e prose scelte edito nel 1957.

La sua opera poetica ha suscitato notevole interesse anche da parte del poeta ebreo di lingua tedesca, Paul Celan, il quale dedicò a Renè Char una delle sue più celebri poesie, intitolata Argumentum e silentio, incentrata sul senso della parola poetica come parola di resistenza.

Il disincanto

Il disincanto: è come ti senti quando dai per scontata una cosa.
Quella cosa non ha più misteri per te, ha i contorni netti, precisi.
Non ti incanta più, non ti lascia un tantino perplesso, non ti lascia a pensare… non ti fa sentire le farfalline nella pancia… non sei più incantato. 

Il disincanto: è come mi sento io quando so che una persona mi dirà quelle parole, farà quei gesti, si aspetta da me quelle cose.
E’ il circoscrivere la paura… anticipare il dolore, impacchettare l’immaginazione… dare confini alla possibilità, centellinare le lacrime, incanalare la gioia, definire l’aria, inscatolare l’impollinazione… 

Il disincanto: è come ci stiamo rovinando nei rapporti, è come stiamo incenerendo il CDR emozionale accumulato,  è il modo principale per trattare i rifiuti tossici emotivi e relazionali,  è il parallelo di quello che stiamo combinando alla Terra, che non ci incanta più, non ci tocca il suo canto.
Non sentiamo il suo battito. 

Il disincanto: è sentire che i morti sono morti, che stanno nella terra e non anche intorno a noi e dentro a noi… è non credere più di potersi voler bene senza tornaconto, mi voglio bene, ti voglio bene, perché è bello così, e possiamo pure litigare e possiamo pure allontanarci, tu mi incanti anche se stiamo su posizioni così diverse…

Per vivere la vita con piacere dobbiamo lasciar perdere il disincanto. 

Impariamo dai morti: 

si dice che loro non muoiano: restano incantati. 

Carmela Longo

… because it’s Christmas day – Angela da Silva

Dylan Thomas proposto da Nicola Sguera

Ci sono infiniti mondi ad ogni angolo di strada e nel nostro cuore.

Rosario Del Vecchio

Un sorriso d’incanto a chi ricorda di quando a Natale nasceva qualcosa.
Pasquale Palmeieri

                                                                                                                        (a mio padre)

quella sera del vento di marzo

mi sembrava quasi strano camminarti accanto.

tu non parlavi

ed io ascoltavo il correre del vento

per il viale e dopo casa nostra

e c’erano ancora quelle cose

che come ora tu sai io ho nascosto

perché non sapevo dirle

e poi non te le ho dette mai

(al solito pensavo che poi che se che forse)

ma c’era il vento e tanto mi bastava

poche le luci  e ancora tremolanti.

camminavo con te

e mi sentivo importante e già grande

non cercavo il senso delle cose

e  tutte le strade da percorrere

erano ancora solo lì

tra casa nostra e questo viale

(e ancora non sapevo

che poi con la conoscenza

in fine avrei detto basta

ad ogni tua sofferenza).

quella sera solo le nostre ombre messe lì per sempre

tremanti al vento.

 
così dopo tutti questi anni

io come sai quelle cose poi le ho scritte

ma ora che ritorna questo vento

ora che ricomincio da te

non posso scrivere quel tuo silenzio.

alberico d’auria.                                            24 marzo 2009

IL SENSO DEL VALORE

Considero valore ogni forma di vita, la neve, la fragola, la mosca.

Considero valore il regno minerale, l´assemblea delle stelle.

Considero valore il vino finche´ dura il pasto, un sorriso

involontario, la stanchezza di chi non si e´ risparmiato, due vecchi

che si amano.

Considero valore quello che domani non varra´ piu´ niente e quello che oggi vale ancora poco.

Considero valore tutte le ferite.

Considero valore risparmiare acqua, riparare un paio di scarpe, tacere in tempo, accorrere a un grido,

chiedere permesso prima di sedersi,

provare gratitudine senza ricordare di che .

Considero valore sapere in una stanza dov´e´ il nord, qual´e´ il nome del vento che sta asciugando il bucato.

Considero valore il viaggio del vagabondo, la clausura della monaca,

la pazienza del condannato, qualunque colpa sia.

Considero valore l´uso del verbo amare e l´ipotesi che esista un creatore.

Molti di questi valori non ho conosciuto.

 

(da Erri de Luca, Opera sull’acqua e altre poesie, Einaudi, 2002)

Calcolavo le geometrie delle distanze
con precisione asfissiante. prima che tu
fossi lontano. prima di un addio non pronunciato
e vuoto – nessuna lacrima, nessun ‘rimani’ – piuttosto
un allegro congedo, strizzato nelle dita, a filtro
di vento. rasa la tavola. cancellate parole. la vita
ha fame. la vita si sopporta.

***

Restarsi destinati
come una strada al suo fondo,
tortuosa.restare immaginari, inattuali
rinviati a un tempo che non convince
le ipotesi. i giorni. gli anni. la breve lancetta
dei secondi paragonata ai cuori. la luce blu
degli occhi, la luce verde degli occhi, quella
marrone. frasi senza ritorni. il pretesto per
non coniare nomi.

Carla Cirillo
(da “Le nuvole non sono bianche” – Campanotto Editore 2009)

Narrare, vivere: Le narrazioni tra arte e cura della persona
di Carmela Longo

 …. La vita è così grande che quando sarai sul punto di morire
pianterai un ulivo convinto ancora di vederlo fiorire…
Sogna ragazzo sogna (Roberto Vecchioni)

Le parole dei poeti, dei letterati e le varie espressioni artistiche in generale ci aiutano a ritrovare dentro di noi  significati universali, in cui potersi rispecchiare, di cui potersi nutrire, a cui poter attingere, in ogni momento della nostra vita. Ed è così che l’esperienza dell’artista  diventa la nostra esperienza, il suo sentimento il nostro sentimento, le sue parole le nostre parole. Inoltre ci sono gesti che narrano, ci sono sculture, scritture, disegni, musiche, rumori. Ci sono scempi che narrano. Anche il silenzio narra.

C’è un narrare che cura, un narrare che semina odio, un narrare che lenisce le ferite, un narrare che le acuisce e le rende putride. Attraverso il narrare diciamo chi siamo, gettiamo la maschera anche quando mettiamo la maschera (chi narra bugie parla comunque di sé). Il narrare ci espone, il narrare narra di noi, della nostra vita, di ciò che vogliamo, dei nostri rimpianti, dei rimorsi, dei dubbi. Nelle narrazioni che di giorno in giorno ci diciamo nell’intimo del nostro cuore, nelle narrazioni che talvolta prepariamo per gli altri, in queste narrazioni prende forma il nostro essere persone, padri, madri, gente che vive, che discute, che affronta problemi e difficoltà,  che costruisce, che sogna. Il narrare è dunque un atto profondamente umano, connaturato nel nostro essere-al-mondo.

C’è un narrare individuale e un narrare collettivo, ci sono le narrazioni dei singoli, le narrazioni dei governi, le narrazioni  delle masse. C’è un narrare che giustifica guerre preventive e un narrare che cerca altre vie per la  pace. C’è un narrare che occulta e mistifica e un narrare che grida e mette a nudo. C’è un narrare che mette gli eretici di turno sui vari roghi e un narrare che inorridisce.  C’è un narrare che in un dato momento storico classifica alcune persone come pazze e un narrare che cerca di trovare il senso profondo, non soggetto a clusters, dell’esperienza umana. L’etimologia ci dice che la parola narrare deriva dal latino (g)narus (informato, esperto), la cui radice gna- indica il conoscere. Dunque anche quando facciamo scienza narriamo: narriamo conoscenze acquisite e/o condivise, ipotesi, teorie. Anche la  scienza positiva è narrata e narra, anche il metodo scientifico è frutto di narrazioni: non vi si può sottrarre. Questo legame inscindibile che  vincola ogni scienza alla soggettività, pur se a vari livelli e con diverse sfumature, dovrebbe esso stesso diventare prioritario oggetto di studio e non scansato o, peggio, misconosciuto e rinnegato come nella maggior parte delle cosiddette scienze nomotetiche (1).

Fritjof Capra esorta gli scienziati a comprendere come “la dimensione soggettiva sia sempre implicita nella pratica della scienza, anche se generalmente non viene esplicitata” (2). Continua a leggere

Articoli precedenti »